Il presidente statunitense, Donald Trump, insiste nell’accusare di estremismo Renee Good, la donna uccisa da un agente dell'immigrazione Usa (Ice) a Minneapolis, definendola “una persona molto radicale" e "molto violenta". Una versione ribadita, ma che non può certo arrestare il dilagare della protesta negli Stati Uniti, dove sono stati pianificati oltre 1.000 eventi nell’ambito delle iniziative “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre). 

Gli organizzatori hanno fatto sapere che le manifestazioni saranno “non violente, legali e guidate dalla comunità”. Ad aggravare la situazione anche un’altra sparatoria a Portland, in Oregon, con il ferimento di due attivisti.

Subito dopo l’uccisione della trentasettenne di Minneapolis, nella città avvolta dal gelo e dalla neve, sono scese in piazza migliaia di persone per opporsi all'uso della forza nella repressione dell'immigrazione da parte del governo Trump.  Le manifestazioni si sono poi moltiplicate nelle altre città, come a Philadelphia, New York, Washington. Gli appelli alla mobilitazione sono stati amplificati dal movimento No Kings, una rete di organizzazioni di sinistra che lo scorso anno ha organizzato manifestazioni a livello nazionale contro Trump. 

Dal canto loro gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement, armati e a volto coperto come li ha voluti schierare Trump, hanno continuato a effettuare arresti in tutta Minneapolis, si parla di circa una trentina. Il tutto documentato dai video registrati dai cittadini in protesta. Gli attivisti sono volontari organizzati in una rete e monitorano e riprendono con i telefonini le operazioni anti-migranti, forti delle sentenze federali che ritengono la loro azione come parte dei diritti sanciti dal Primo emendamento.

Federali versus statali

Chiara la risposta del Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti, con la segretaria Kristi Noem che ha annunciato l’invio di "centinaia di agenti in più” in Minnesota, per contrastare le proteste. Trump, come un Giano bifronte, reprime quindi con la violenza i manifestanti nel suo Paese, mentre sostiene ufficialmente quelli iraniani, di per sè una buona cosa, se pensiamo alle  migliaia di iraniani che il regime degli Ayatollah sta uccidendo, se non fosse però che quello del presidente Usa è semplicemente un gioco di convenienze e propaganda che sta caratterizzando il suo nuovo mandato, non diversamente dal primo.

Questa volta sono però in contrasto due autorità che non dovrebbero esserlo, quella federale e quella statale. La prima gestisce le leggi nazionali, la seconda quelle di ognuno dei 50 stati, come impone la struttura federalista che stabilisce un equilibrio tra le due autorità. Il rischio è che si scateni una forte contrapposizione tra i due poteri e questa potrà essere a suon di leggi, ma, se la situazione dovesse degenerare, anche a suon di scontri tra le forze di sicurezza delle due autorità. 

Intanto le Nazioni Unite hanno chiesto un'indagine “rapida e indipendente” sull'uccisione di Renee Good, motivando così: “Secondo il diritto internazionale dei diritti umani, l'uso intenzionale della forza letale è consentito solo come ultima risorsa contro una persona che rappresenta una minaccia imminente alla vita”.

I video lo mostrano: la giovane donna di Minneapolis, anche volendo, non avrebbe potuto investire con la sua automobile l’agente che gli ha sparato tre colpi in viso; era di lato, e a lui sono state indirizzate le ultime parole di questa madre di tre figli, mentre tentava di fare retromarcia per allontanarsi dal luogo dell’operazione anti-immigrazione: “Non sono arrabbiata con te”