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Più che un board è sembrata un’asta all’incanto, con le offerte dai migliori acquirenti. La prima riunione di questa organizzazione voluta dal presidente statunitense, Donald Trump, secondo il quale il Board of peace per Gaza vigilerà sull’Onu (chiaro ed ennesimo disconoscimento dell’Organizzazione delle nazioni unite), ha visto lanciare 10 miliardi di dollari di fondi da Washington, offrire migliaia di soldati da parte di 5 Paesi, Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania, oltre a una base per 5 militari. I soldati entreranno a fare parte della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf) autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu.
E ancora, il miliardario Marc Rowan, nel suo intervento, ha annunciato 400mila nuove abitazioni per due milioni di persone, mostrando un pannello con la simulazione della nuova Gaza, viali alberati e grattacieli.
Persino la Fifa, la Federazione internazionale di calcio, ha deciso di buttarsi a capofitto: con lo strumento della partnership si è accordata per un fondo da 75 milioni di dollari per 50 mini-campi, campi da gioco regolamentari distribuiti, una Fifa Academy e uno stadio nazionale da 20.000 posti. “Non dobbiamo ricostruire solo case, ma anche emozioni”, ha detto il presidente dell Fifa, Gianni Infantino, nobilitando l’iniziativa con lo scopo di "generare posti di lavoro, rafforzare la coesione sociale e sostenere la rivitalizzazione economica a lungo termine".
Gaza terra di conquista e laboratorio affaristico
In tutto ciò le volontà, i pensieri, i bisogni dei palestinesi, per altro mai consultati, non compaiono. Sarà forse questo uno dei motivi che ha portato i manifestanti in presidio davanti al palazzo che ospitava il Board of Peace a sfoderare il cartello con la scritta: “Trump vai al diavolo”.
Anche in Italia, proprio in concomitanza con la prima riunione del Board, Amnesty International e Greanpeace hanno portato davanti ai palazzi istituzionali un maxischermo con le immagini dei bombardamenti nella Striscia di Gaza per denunciare le continue violazioni del cessate il fuoco.
Intanto la militarizzazione di Gaza trapela dalle indiscrezioni pubblicate dal quotidiano britannico Guardian, basate su documenti esaminati e da fonti israeliane: la base militare in programma sarebbe ubicata in una zona fortemente colpita dai bombardamenti israeliani già oggetto di ispezioni da parte di un consorzio internazionale di aziende edili, e sarebbe recintata da filo spinato e circondata da 26 torri di osservazione. Conterrebbe un poligono per armi leggere, bunker e un magazzino per armamenti. Le indiscrezioni non sono state smentite e nemmeno confermate per parte statunitense.
Non solo Trump a far parlare di sè
Al Board del 19 febbraio ci sono state alcune presenze particolarmente discusse. Tra tutte spicca quella del presidente argentino Javier Milei, che si è recato a Washington in un momento di grande tensione nel suo Paese. Al parlamento argentino si stava discutendo la legge di riforma del lavoro, poi approvata dalla Camera, che prevede fino a 12 ore di lavoro giornalieri e nuove norme per le ferie e il lavoro digitale. Una legge che ha portato i lavoratori in piazza con uno sciopero generale, con conseguenti scontri con le forze federali, persone ferite e altre arrestate.
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha partecipato come rappresentante di uno Stato che ha per ora solamente il ruolo di osservatore, ma non passato inosservato il fatto che sia stato il solo ministro di un grande paese del G7 presente al Board.
Le reazioni
Da Hamas, che rimane comunque il principale interlocutore per la Striscia, arriva una risposta che non lascia spazio a interpretazioni: "Qualsiasi processo politico o accordo in discussione riguardante la Striscia di Gaza e il futuro del nostro popolo palestinese deve iniziare con la cessazione totale dell'aggressione, la revoca del blocco e la garanzia dei legittimi diritti nazionali del nostro popolo, in primo luogo il diritto alla libertà e all'autodeterminazione".
C’è poi la replica dall’Iran alle dichiarazione di Donald Trump dal Board of peace. Il presidente, in relazione al possibile conflitto con il Paese mediorientale, ha minacciato: "O troveremo un accordo in 10-15 giorni o sarà una sfortuna per loro". Teheran ha quindi risposto con una lettera all'Onu segnalando "un rischio reale di aggressione militare" e facendo sapere che, nell’eventualità, risponderà "con decisione".



























