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Quando la benzina aumenta, non aumentano soltanto gli incassi alla pompa. Dietro ogni centesimo in più c’è una catena molto più lunga che parte dai pozzi petroliferi, attraversa mercati finanziari, raffinerie e distributori e arriva fino al portafoglio di chi deve usare l'auto per andare al lavoro. Ed è lungo questa catena che, quando il prezzo dell’energia esplode per una guerra o una crisi internazionale, qualcuno può perdere molto e qualcun altro guadagnare moltissimo.
È qui che entrano in gioco gli extraprofitti. Una parola apparentemente tecnica che in realtà nasconde una questione eminentemente politica: quando un’impresa realizza guadagni eccezionali grazie a una crisi che contemporaneamente impoverisce milioni di persone, è giusto che una parte di quei soldi venga redistribuita?
La domanda era diventata centrale nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’esplosione dei prezzi dell’energia. Oggi è tornata d’attualità con l’escalation militare in Medio Oriente, le limitazioni al traffico nello Stretto di Hormuz e la nuova corsa delle quotazioni di petrolio e gas.
Cosa sono, in parole semplici
Partiamo da ciò che gli extraprofitti non sono. Non sono semplicemente profitti molto alti e non esiste una cifra oltre la quale un utile diventa automaticamente “eccessivo”. Il concetto riguarda piuttosto l’origine di una parte di quel guadagno. Facciamo un esempio. Un’impresa normalmente realizza 100 milioni di euro di utili. Investe, migliora la produzione, conquista nuovi clienti e l'anno successivo arriva a 110 milioni. Quei dieci milioni in più sono il risultato della sua attività.
Poi immaginiamo un altro scenario. Scoppia una guerra in un’area decisiva per l’approvvigionamento energetico mondiale. Il petrolio diventa improvvisamente più scarso o si teme che possa diventarlo. Il prezzo schizza verso l’alto e la stessa società, senza aver aumentato in proporzione produzione o investimenti, si ritrova con utili per 160 milioni. È su una parte di quei 60 milioni aggiuntivi che può intervenire una tassa sugli extraprofitti.
Il principio è dunque relativamente semplice: distinguere la redditività ordinaria dell’impresa dal guadagno eccezionale prodotto da circostanze esterne e altrettanto eccezionali. Molto meno semplice è stabilire dove finisca l’una e cominci l’altro. E perché se ne paria proprio adesso.
Hormuz, lo Stretto sempre più stretto
La nuova crisi energetica ha riportato il problema in primo piano. Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi strategici dell’economia mondiale: vi transita circa un quinto del petrolio consumato sul pianeta. Le tensioni e le limitazioni alla navigazione hanno immediatamente alimentato i timori sull’offerta e spinto verso l’alto le quotazioni energetiche.
Gli effetti arrivano rapidamente nell’economia reale. Aumentano benzina e gasolio, salgono i costi dei trasporti e della produzione industriale, si appesantiscono i bilanci delle imprese e, direttamente o indirettamente, quelli delle famiglie. Ma ciò che per un consumatore rappresenta un costo può trasformarsi, dall’altra parte del mercato, in un guadagno.
Secondo le stime di Transport & Environment, nel primo semestre del 2026 otto grandi compagnie petrolifere (Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv e Moeve) avrebbero prodotto 7,5 miliardi di euro di extraprofitti attribuibili al mercato europeo. La cifra rappresenterebbe circa il 42 per cento dei quasi 18 miliardi di guadagni straordinari stimati complessivamente a livello globale.
Il salto sarebbe avvenuto soprattutto nel secondo trimestre: 5,9 miliardi di extraprofitti europei, contro gli 1,6 miliardi del primo. Ed è proprio questa contemporaneità, carburanti sempre più cari da una parte e profitti straordinari dall'altra, ad aver riaperto il confronto sulla tassazione.
Come si decide che un profitto è “extra”?
Non basta osservare il bilancio di una compagnia e decidere che ha guadagnato troppo. Occorre stabilire una regola uguale per tutti. Uno dei sistemi possibili consiste nel confrontare i profitti realizzati durante la crisi con quelli degli anni precedenti. È la strada seguita dall’Unione Europea nel 2022. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles introdusse infatti un “contributo di solidarietà temporaneo” per le imprese dei settori petrolifero, del gas, del carbone e della raffinazione.
Il meccanismo individuava come base del prelievo gli utili imponibili superiori del 20 per cento alla media dei quattro esercizi fiscali precedenti. Sulla quota eccedente gli Stati dovevano applicare un’aliquota di almeno il 33 per cento. Tradotto in numeri: se un’azienda aveva guadagnato mediamente 100 milioni negli anni presi come riferimento, la soglia diventava 120 milioni. Se durante la crisi ne avesse guadagnati 170, il contributo straordinario avrebbe interessato i 50 milioni oltre quella soglia, non l’intero utile.
Una distinzione importante, perché spesso il dibattito sugli extraprofitti viene raccontato come una contrapposizione tra chi difende il profitto e chi vorrebbe punirlo. Il punto è diverso: stabilire se una quota eccezionale di ricchezza prodotta da condizioni eccezionali debba essere sottoposta a un prelievo altrettanto eccezionale.
Il precedente italiano e i suoi problemi
L’Italia aveva provato a muoversi già nel marzo 2022. Il Governo Draghi introdusse un contributo straordinario per le imprese energetiche, inizialmente del 10 per cento e poi portato al 25. Ma Roma scelse un meccanismo diverso da quello successivamente adottato dall’Europa. La tassa non veniva calcolata direttamente sugli utili risultanti dai bilanci, bensì sull'incremento del saldo delle operazioni attive e passive rilevanti ai fini Iva tra due periodi. La ragione era soprattutto pratica: trovare rapidamente risorse per finanziare gli interventi contro il caro-bollette senza aspettare la chiusura e l'approvazione dei bilanci societari.
La scelta, però, aprì un enorme fronte di contestazione. Le imprese sostenevano che le variazioni delle operazioni Iva non coincidessero necessariamente con l’aumento reale dei profitti e potessero comprendere componenti che poco avevano a che vedere con gli extraprofitti energetici. La questione arrivò anche davanti alla Corte costituzionale. Con la sentenza 111 del 2024 la Consulta dichiarò non fondate le principali questioni di legittimità costituzionale, riconoscendo la natura straordinaria della situazione che aveva giustificato l’intervento.
Il modello italiano venne comunque successivamente modificato, spostando il riferimento verso gli utili imponibili e dunque verso un criterio più direttamente legato ai profitti effettivamente realizzati.
Quanto valgono oggi gli extraprofitti?
Qui bisogna fare attenzione. Non esiste un contatore ufficiale degli extraprofitti. Il risultato cambia secondo il criterio scelto. Si possono confrontare gli utili con quelli dell’anno precedente, con la media degli ultimi quattro o cinque esercizi, oppure costruire una soglia di redditività considerata ordinaria.
Transport & Environment, per esempio, ha confrontato i risultati delle compagnie nei trimestri interessati dalla nuova crisi con quelli degli stessi periodi precedenti. Da questo calcolo deriva la stima dei 7,5 miliardi di euro riferibili all’Unione Europea nel primo semestre 2026.
Un eventuale intervento fiscale potrebbe però adottare parametri differenti e arrivare quindi a cifre diverse. Ed è questo uno dei punti più delicati: una tassa sugli extraprofitti funziona soltanto se riesce a definire in maniera trasparente quale parte dell’utile sia realmente straordinaria.
Perché tassarli?
Qui finisce lo spiegone economico e comincia la politica. L’argomento principale dei sostenitori della tassa è la distribuzione del costo delle crisi. Quando petrolio e gas aumentano, le conseguenze non sono uguali per tutti. Chi ha un reddito basso dedica una quota maggiore delle proprie entrate all’energia e ai trasporti. Un lavoratore che non può rinunciare all’automobile per raggiungere il posto di lavoro non può semplicemente decidere di aspettare che il petrolio torni a scendere.
Lo stesso vale per le famiglie che devono pagare le bollette o per molte piccole imprese che non hanno la forza contrattuale e finanziaria delle grandi società. Lo shock energetico produce quindi vincitori e perdenti. Ed è precisamente su questa asimmetria che si fonda l’idea del prelievo straordinario: recuperare una parte dei guadagni generati dalla crisi per finanziare misure destinate a chi quella stessa crisi la sta pagando. Non è un principio estraneo alle istituzioni europee. Nel 2022 Bruxelles definì esplicitamente il proprio intervento un “contributo di solidarietà”.
Perché c’è chi è contrario?
Le obiezioni, tuttavia, esistono e non riguardano soltanto gli interessi delle compagnie petrolifere. La prima è che distinguere il profitto normale da quello straordinario sia difficile. Dietro gli utili di oggi possono esserci investimenti realizzati molti anni prima, quando il prezzo del petrolio era più basso e l’impresa si assumeva un rischio.
La seconda riguarda proprio gli investimenti. Secondo i critici, sapere che durante le fasi di forte crescita una parte dei maggiori guadagni potrebbe essere sottoposta a un'imposta aggiuntiva può rendere meno conveniente investire.
C’è poi il problema della concorrenza. Se uno Stato introduce una tassa molto pesante mentre quello confinante non lo fa, le aziende che operano prevalentemente nel primo possono essere penalizzate rispetto ai concorrenti. Ed è questo l'argomento utilizzato oggi dal governo italiano per chiedere un intervento europeo.
La vera questione è chi deve pagare
Alla fine tutta la discussione può essere ridotta a una domanda molto meno complicata delle formule utilizzate per calcolare una tassa: quando arriva una crisi, come vengono distribuiti i suoi costi? Una guerra fa aumentare il petrolio. Il pieno costa di più. Trasportare merci costa di più. Produrre costa di più. Una parte degli aumenti viene trasferita sui prezzi. Il potere d’acquisto dei salari diminuisce.
Dall’altra parte della stessa catena economica, alcune compagnie possono invece realizzare miliardi di profitti aggiuntivi. Non c’è nulla di misterioso. È il funzionamento del mercato in presenza di un’improvvisa scarsità, reale o temuta, di una materia prima fondamentale. Ma il mercato stabilisce il prezzo, non stabilisce necessariamente come debbano essere distribuite le conseguenze sociali di quel prezzo. Quella è una decisione politica.
Si può lasciare che i guadagni straordinari rimangano integralmente nelle casse delle imprese e finanziare gli aiuti contro il caro-energia attraverso la fiscalità generale. In quel caso il costo ricade, in forme diverse, sull’insieme dei contribuenti. Oppure si può chiedere a chi dalla crisi ha ricavato un vantaggio eccezionale di contribuire maggiormente alla sua gestione.
È questo, depurato da tecnicismi e slogan, il significato della tassa sugli extraprofitti. Ecco perché la discussione non riguarda soltanto petrolieri, aliquote e bilanci societari. Riguarda salari, bollette, carburanti e risorse pubbliche. Riguarda soprattutto una scelta molto concreta: se una crisi produce contemporaneamente miliardi di guadagni per pochi e costi aggiuntivi per milioni di persone, chi deve pagare il conto?






























