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La guerra in Medioriente “sta producendo pesantissime conseguenze economiche e sociali” che rischiano di travolgere un Paese già indebolito. È l’allarme lanciato dall’assemblea generale della Cgil che, in un ordine del giorno approvato, punta il dito contro le scelte del governo e indica le misure urgenti per evitare un nuovo shock su lavoro e redditi.
Secondo il sindacato, il contesto attuale “sta facendo emergere tutti gli errori commessi dall’esecutivo”: politiche energetiche “concentrate sulle fonti fossili”, la “frenata alle rinnovabili”, l’“opposizione al Green deal europeo” e perfino “l’irrealistico ritorno al nucleare”. A ciò si aggiunge “il rifiuto di qualsiasi misura strutturale per ridurre le bollette energetiche” e l’assenza di politiche contro la precarietà, con “frantumazione dei cicli produttivi” e diffusione dei contratti flessibili.
Un’economia già in affanno
Il quadro economico descritto è netto: “Il pil è già tornato allo zero virgola”, “il potere d’acquisto è crollato” e avanza “un processo di deindustrializzazione che sarà accelerato da un’impennata duratura dei costi energetici”. In questo scenario, i provvedimenti del governo risultano inefficaci: la proroga del decreto accise “è solo un pannicello caldo”, spiega infatti la Cgil.
Nessuna tutela ai cittadini, solo extra profitti delle compagnie
Il 18 marzo, giorno precedente all'entrata in vigore del primo decreto sulle accise, il prezzo medio del diesel era di 2,105 euro e quello della benzina di 1,871 euro. Venerdì 3 aprile, il prezzo medio del diesel è 2,100 euro e di 1,767 quello della benzina. Così il sindacato: “Lo sconto deciso dal governo è stato sostanzialmente mangiato dall’impennata dei beni energetici, destinati a crescere ulteriormente se la guerra in Iran proseguirà a lungo”.
La proroga di quel decreto “è dunque poco più di un pannicello caldo di fronte a una crisi energetica che si sta trasformando rapidamente in una crisi economica e sociale perfino peggiore di quella causata dalla guerra in Ucraina. Altri 500 milioni di euro a spese del contribuente, e degli investimenti in energie rinnovabili, che servono più a garantire gli extra-profitti delle compagnie energetiche che a difendere il potere d’acquisto dei cittadini”.
Non c’è alcuna misura strutturale
Inoltre, sempre secondo la Cgil, “si continua a non mettere in campo alcuna scelta strutturale, a partire da quella più importante: alzare significativamente la produzione di energie rinnovabili, per assicurare riduzione dei prezzi, sicurezza e indipendenza energetica (altro che rinviare il phase out dal carbone al 2038)”.
In questo scenario drammatico c’è il rischio molto concreto di una nuova fiammata inflattiva, che sarà pagata soprattutto da lavoratori e pensionati, su cui già pesano gli effetti dell’inflazione cumulata degli ultimi anni e di un drenaggio che ha fatto esplodere la pressione fiscale al 51,4% nel quarto trimestre del 2025, la più alta da 11 anni a questa parte, come registrato dall’Istat.
Per l’organizzazione tutto ciò “sarebbe insostenibile e va assolutamente evitato, tutelando e aumentando salari e pensioni, rendendo il fisco più equo e progressivo, a partire dalla neutralizzazione del fiscal drag”.
Il pericolo di una nuova spirale recessiva
Non solo. Il sindacato mette in guardia da una possibile nuova sequenza negativa: “aumento dei tassi di interesse da parte della Bce”, “impennata degli interessi sul debito pubblico”, “stretta al credito”, “aumento del costo dei mutui” e, di conseguenza, “contrazione dei consumi e degli investimenti”. Una dinamica che porterebbe a una “frenata generale dell’economia”.
Per questo, “di fronte al rischio di un rapido e drammatico precipitare della situazione economica e sociale”, la Cgil indica una serie di interventi urgenti. Prima di tutto, “contribuire alla fine dei conflitti bellici con tutti gli strumenti politici e diplomatici”. Sul piano energetico, la priorità è “incrementare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili”, perché rappresenta “l’unica strada per ridurre l’impatto climatico, garantire sicurezza e indipendenza energetica” e “diminuire strutturalmente i prezzi dell’energia”.
Le proposte per uscire dalla crisi
Tra le misure indicate anche il “disaccoppiamento del prezzo del gas da quello delle rinnovabili” e l’introduzione di “un tetto ai prezzi energetici”, come già avvenuto in Spagna. Sul fronte del lavoro e dei redditi, la richiesta è di “rinnovare tempestivamente tutti i contratti di lavoro pubblici e privati” per recuperare l’inflazione, “garantire la piena perequazione delle pensioni” ed “estendere e rafforzare la quattordicesima”. Centrale anche la necessità di “neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica dell’Irpef all’inflazione”.
Ma la risposta alla crisi deve essere anche industriale e strategica. Occorre “interrompere la corsa al riarmo e reindirizzare le risorse su politiche industriali”, rilanciare “il ruolo delle aziende pubbliche e partecipate come vettore di reindustrializzazione”, soprattutto nel Mezzogiorno, e “difendere l’occupazione” anche attraverso strumenti europei e il “divieto di licenziamenti”.
La dimensione europea e la svolta necessaria
Infine, la dimensione europea. La Cgil chiede di “sospendere i vincoli del Patto di stabilità” e di rilanciare “una strategia europea di investimenti sul modello Next Generation Eu”, con eurobond e politiche comuni su industria ed energia. In parallelo, è necessaria “una riforma del sistema fiscale in senso progressivo” per sostenere sanità, istruzione e welfare.
La linea è chiara: non bastano interventi tampone. Serve “una svolta” capace di affrontare le cause profonde della crisi e di redistribuire i costi senza scaricarli, ancora una volta, su chi lavora.






















