PHOTO
Per invertire la curva della natalità occorre il welfare. Occorrono dunque politiche strutturali e non episodiche, altro che bonus, in grado di accogliere i bimbi e le bimbe e di accompagnarli nell’avventura della crescita. Occorrono, poi, politiche del lavoro per garantire alle donne un’occupazione stabile e dignitosa.
L’Italia è terra di paradossi: siamo il Paese con il tasso d’occupazione femminile più basso di Europa e siamo il Paese con il tasso di nati per donna più basso d’Europa. E siamo anche il Paese che ha il numero di posti nido per bimbi ben lontano dagli obiettivi europei. Nonostante il Pnrr.
L’Area Stato sociale e diritti della Cgil nazionale ha stilato un report su “Nidi e servizi per la prima infanzia”, lettura utilissima per avere conferme dei paradossi italiani, ma anche delle diseguaglianze che il Pnrr avrebbe dovuto ridurre, e invece così non è, e delle insufficienze sul versante del welfare universale. I dati riportati sono quelli relativi agli anni del Governo Meloni, il primo nella storia patria guidato da una donna “madre e cristiana”, il primo ad aver istituito un ministero per la “natalità e la famiglia”.
I numeri: 800 mila bambini fuori dai nidi
Secondo l’Istat, nell’anno educativo 2023/2024 si sono contati 1,2 milioni di bambini e bambine tra zero e due anni, ma tra nidi, micronidi o sezioni primavera, pubblici o privati, si contavano solo 354 mila posti. Tradotto: meno di un piccolo su tre ha trovato accoglienza.
Questo significa che 800 mila bambini e bambine sono stati esclusi dal circuito dei nidi. È chiaro che a casa con quei piccoli c’è stata una donna, mamma non lavoratrice o che al lavoro ha dovuto rinunciare, nonna o baby-sitter che sia. È necessario ricordare che il 20 per cento delle lavoratrici si dimette alla nascita del primo figlio.
Fuori legge
I lettori più attenti ricorderanno che poche settimane fa la principessa Kate d’Inghilterra è venuta in Italia, ma non è andata a visitare musei e nemmeno a incontrare governanti. Ha fatto tappa solo a Reggio Emilia per visitare i nidi cittadini, la cui fama è appunto arrivata oltre Manica. Peccato che quell’esperienza non sia per tutti e tutte così come dovrebbe.
Per cercare di ridurre le diseguaglianze nel 2021 è stata approvata una legge che inserisce i nidi tra i Livelli essenziali di prestazione con un numero di posti pari al 33 per cento della popolazione compresa nella fascia d’età da tre a 36 mesi. A distanza di sei anni ancora non ci siamo.
Quel che forse è più grave è che a leggere i dati cronologicamente si scopre che i posti aumentano con la lentezza di una lumaca. “Negli ultimi dieci anni – si legge nel rapporto dell’Area Stato sociale e diritti della Cgil nazionale – si è registrato un incremento assolutamente inadeguato con 18 mila posti in più (pari a +5,0 per cento rispetto all’anno educativo 2013/2014”. Sì, avete letto bene: in dieci anni si sono attivati solo 18 mila posti in più.
Le diseguaglianze territoriali
Dicevamo dei nidi di Reggio Emilia, divenuti un modello internazionale. Peccato che quel modello si fermi, appunto, nelle regioni del Nord. Senza parlare della qualità dei servizi, ma solo del numero di posti, non si può che registrare l’esistenza di due Italia. La disponibilità di posti nei nidi e nei servizi integrativi in rapporto ai bambini e alle bambine racconta il Paese delle diseguaglianze: si passa dal 40,4 per cento del Centro, al 39,1 del Nord Est, al 36,6 del Nord Ovest, al 19,5 delle isole fino al 19,0 per cento del Sud, con medie regionali che variano dal 48,4 per cento dell’Umbria (unica regione ad aver superato l’obiettivo europeo di Barcellona) al 15,4 della Campania. Cosa mai succederà qualora si procedesse con l’autonomia differenziata?
Natura e costi del servizio
La legge istitutiva degli asili nido comunali risale al 1971 e all’articolo 1 definisce l'asilo nido un “servizio sociale di interesse pubblico” per i bambini fino a tre anni d'età. Ci sono due parole che occorre tener presente: comunali e interesse pubblico. Se quelle due parole sono fondamentali, allora l’Istat ci consegna un altro paradosso. L’Istituto di statistica ha censito 12 mila strutture in Italia che garantiscono nidi d’infanzia, di cui il 35,3 per cento è a titolarità pubblica e il 64,7 privata, con un “continuo spostamento verso quest’ultima dell’offerta disponibile”.
Sono i Comuni ad avere la titolarità del servizio, potendo gestirlo direttamente pagando gli spazi e assumendo il personale, oppure darlo in gestione a terzi o chiedere ai privati una riserva di posti. I costi li leggiamo nel rapporto Cgil: “La spesa media per utente a carico dei Comuni è di 6.532 euro l’anno, ma varia notevolmente da regione a regione e in relazione al tipo di gestione dei servizi: si passa così da una spesa media di 9.370 euro per i nidi comunali a gestione diretta, ai 5.470 euro per i nidi comunali la cui gestione è affidata a terzi, ai 3.851 euro per i nidi privati con riserva di posti, fino ai 2.599 euro che costituiscono i contributi mediamente erogati alle famiglie per la frequenza ai nidi”.
I costi per le famiglie
Le spese per le famiglie sono alte, troppo alte, in molti casi anche per quelli comunali una cui quota della retta spetta comunque alle famiglie. Bene: invece che estendere i servizi propri e renderli davvero universali, il Governo Meloni cosa ha fatto? Ha introdotto i bonus: “La legge 231/2023 (legge di bilancio 2024) ha incrementato l’importo massimo della misura portandolo a 3.600 euro per bambini nati dal 1° gennaio 2024, con un’Isee fino a 40 mila euro e con la presenza in famiglia di almeno un altro minore di età inferiore ai dieci anni. Quest’ultimo requisito è stato successivamente eliminato con la legge 207/2024 (legge di bilancio 2025)”. Oltre a tutto il resto, la prima versione del bonus lo vincolava alla presenza in famiglia di un altro piccolo, questo nel Paese dei figli unici.
Proprio non va
“È un intervento – afferma la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi – che si fonda ancora una volta sulla monetizzazione dei bisogni e sull’idea che le sole erogazioni economiche siano una sufficiente leva per supportare la genitorialità, e che mal si armonizza con una carenza strutturale di servizi e con diseguaglianze territoriali destinate a crescere”,
La dirigente sindacale evidenzia che questa misura “rende perfettamente l’idea di quale sia la concezione di ‘pubblico’ di questa destra: non solo si tratta di una misura ben lontana dal garantire l’universalità dell’offerta educativa 0-6, con la gratuità dei nidi per tutti e l'obbligatorietà della scuola dell’infanzia ma, in un quadro di carenza di servizi, è destinata ad accrescere ulteriormente le diseguaglianze”.
Cosa servirebbe?
L’Europa ci impone, o forse meglio dire ci imporrebbe, di raggiungere la copertura di posti pari al 45 per cento degli aventi diritto entro il 2030. Ricordiamo che oggi non raggiungiamo il 30 per cento. La Cgil ha calcolato che per centrare l'obiettivo non solo vanno attivati almeno 165 mila posti in più rispetto ai 354 mila attuali, ma che, per garantirne la gestione diretta da parte dei Comuni, sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all'anno per la spesa corrente e almeno 37 mila educatrici ed educatori in più.
“Ora non servono annunci e propaganda né tanto meno la retorica della natalità, ma occorre impegnarsi concretamente per assicurare il raggiungimento degli obiettivi europei a garanzia di un’infrastruttura educativa e sociale strategica”, riprende Barbaresi: “Occorre assolutamente soddisfare diritto di tutte le bambine e i bambini a partecipare, sin dalla primissima infanzia, a un percorso educativo e di socialità che sia di qualità”.
La segretaria confederale Cgil così conclude: “Occorrono politiche strutturali e di prospettiva che mettano al centro i bambini e le bambine, i loro diritti e i loro bisogni, che devono trovare coerente e concreta realizzazione”.


























