Gli aumenti dei compensi per i ciclofattorini di Glovo, in realtà, sarebbero solo sulla carta. A sostenerlo è la Procura di Milano: l'azienda spagnola di food delivery (fondata a Barcellona nel 2014), presente in Italia con la propria piattaforma digitale dall’aprile 2016, con una mano darebbe e con l’altra toglierebbe. E ai rider non verrebbe pagato “circa il 30 per cento dell'attività”.

Veniamo al punto. Glovo ha offerto ai suoi circa 40 mila rider un aumento del 40 per cento del compenso orario (passando da 10 a 14 euro) e del 20 per cento del compenso per ogni singola consegna (passando da 2.50 a 3 euro). Fin qui sembrerebbe tutto giusto, ma per i magistrati milanesi dietro l’aumento ci sarebbe la beffa.

L’algoritmo con cui la multinazionale determina la nozione di “tempo effettivo calmierato”, che prende in considerazione solo il “tempo di esecuzione della singola consegna” e non quello dell’intera “messa a disposizione delle energie lavorative”, toglierebbe in media tre ore di lavoro ogni dieci di tempo effettivamente impiegato dal rider. Dunque: da un lato ti concedo l’aumento, dall’altro ti decurto le ore lavorate.

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Un passo indietro: il controllo giudiziario d’urgenza

Tutto questo nasce dall’istanza di Glovo al gip Roberto Crepaldi di revocare il commissariamento cui la società è sottoposta da oltre sei mesi. Il provvedimento di “controllo giudiziario d’urgenza”, emanato il 6 febbraio scorso dal pubblico ministero della Procura di Milano Paolo Storari, è stato poi convalidato dal giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi il 18 febbraio.

Le motivazioni? Paghe incostituzionali (per la Procura milanese sarebbero inferiori fino all’80 per cento rispetto ai contratti collettivi nazionali), gestione punitiva dell’algoritmo (ritenuto una sorta di “caporale digitale”, visto che penalizzerebbe i rider che ritardano o rifiutano la consegna), ritmi di lavoro insopportabili e adozione di contratti pirata.

Il parere contrario della Procura di Milano

Dopo aver deciso di aumentare i compensi sia orari sia alla consegna, in giugno Glovo ha dunque chiesto la revoca del commissariamento. Ma ecco arrivare il 18 agosto il parere contrario (contenuto in un documento di otto pagine) della Procura di Milano: per il pm Paolo Storari gli aumenti promessi dall'azienda non sarebbero reali.

E c’è di più: il magistrato, in base agli articoli 12 e 14 del decreto legge 62 del 30 aprile (convertito nella legge 112/2026) - che introduce una presunzione di subordinazione per i rider, la trasparenza dell’algoritmo e il principio del “salario giusto” ancorato ai ccnl - chiede al gip di “far immediatamente cessare la situazione di illegalità”.

Per la Procura occorre imporre a Glovo sia “retribuzioni che tengano conto del tempo effettivo della prestazione resa dal lavoratore” - anche perché ora non viene considerato, ad esempio, il tempo che passa tra la “conclusione di una consegna e la presa in carico della successiva” - sia “contratti che rispettino la tipologia contrattuale effettiva”.

Il pm, inoltre, nel suo parere contrario ribadisce che i rider impiegati vanno considerati come lavoratori subordinati, e non autonomi, perché quando sul lavoratore ci sono “poteri di direzione e controllo, opera la presunzione di subordinazione, salva prova contraria”.

La questione dell’algoritmo

Per il pm milanese Glovo non fornisce informazioni chiare sui sistemi algoritmici usati per determinare i compensi. In sostanza: il “tempo effettivo calmierato” che Glovo prende a riferimento per l’esecuzione di ogni consegna è calcolato in un modo da risultare per il magistrato “completamente opaco, non intellegibile e tanto meno verificabile”.

Venendo ai numeri, i consulenti tecnici nominati dal pubblico ministero avrebbero calcolato che nel mese di giugno su 1 milione 197 mila ore di tempo effettivo dei rider, Glovo non ne abbia pagate a oltre 26 mila rider il 28 per cento (pari a 342 mila ore, in pratica circa 13 ore per ogni ciclofattorino), non raggiungendo così i 14 euro l’ora di compenso orario.

Sicurezza sul lavoro: la sentenza del Tribunale di Torino

È diventata definitiva il 20 agosto la sentenza, emanata il 4 agosto dal Tribunale di Torino, che impone a Glovo di garantire ai rider adeguate condizioni di sicurezza sul lavoro. il provvedimento nasce dal ricorso presentato da Stanley Ibharoga, rider di 35 anni, originario della Nigeria, che lavora per Glovo nel capoluogo piemontese dal 2019.

La giudice ha accolto il ricorso del lavoratore, rilevando carenze nella valutazione dei rischi e nell'organizzazione della sicurezza. Alla multinazionale viene imposto di fornire ai rider abbigliamento traspirante e protettivo, scarpe antipioggia e antiscivolo, giacche, pantaloni e guanti contro pioggia e vento, mascherine filtranti contro lo smog e un kit di medicazione per i piccoli infortuni.

Il provvedimento impone anche l'individuazione di luoghi di riparo per i lavoratori durante l’attesa delle consegne (in caso di pioggia, grandine o caldo eccessivo), nonché l’accesso gratuito ai servizi igienici (anche attraverso accordi con esercizi commerciali o altre strutture).