Lunedì 26 gennaio inizia la campagnaTutti contano”, promossa da fio. Psd, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, indetta grazie alla partecipazione di circa 10 mila volontari e volontarie con l’obiettivo di realizzare un monitoraggio nazionale delle persone costrette a vivere all’aperto e sulle loro condizioni di vita in un periodo, quello invernale, durante il quale la sopravvivenza, di giorno e soprattutto di notte, diviene una drammatica scommessa quotidiana.

Tra i testimonial di quest’iniziativa Ascanio Celestini, attore teatrale militante in senso pieno, che abbiamo imparato a conoscere sul palco per i monologhi unici nel suo genere, oltre a numerose apparizioni tra tv e cinema, testimonianze ulteriori delle sue capacità affabulatorie.

Un attore in grado di costruire un’articolazione verbale prossima alla geniale fantasia creata al tempo da Dario Fo con il suo grammelot, al netto di una specificità linguistica che dal lombardo-veneto approda nell’idioma della periferia romana.

Dal cuore di quanto si propone il progetto “Tutti contano” arrivano le storie dei protagonisti e delle protagoniste dell’ultimo libro di Celestini, dal titolo Poveri Cristi (Einaudi “Supercoralli”, pp. 221, euro 19). Mettendo insieme i più recenti lavori teatrali Laika (2015), Pueblo (2017) e Rumba (2023), l’autore propone ai suoi lettori una trilogia che nello scorrere delle pagine diviene progressivamente una scrittura unica, legando attraverso il ritmo della parola situazioni e personaggi le cui vicende hanno come denominatore comune un diverso modo di intendere la lotta di classe, o almeno diverso da come ormai viene declinato oggi.

Perché la lotta di classe qui rappresentata è quella di chi ad esempio cerca di vivere come magazziniere (Giobbe), e partecipa al picchetto sindacale dopo il licenziamento di due facchini, descritto nei minimi dettagli, quasi a ricordare come possa ancora incidere una battaglia di questo tipo nella tutela dei diritti di chi “sgobba” più di otto ore al giorno.

Scorrono così sotto i nostri occhi i miracoli e i dubbi confessati a Pietro, nel bar dove si racconta la storia del Barbone, o della Prostituta, della Vecchia, di Joseph che “dorme tra i cassonetti della monnezza”, della Donna “con la testa impicciata”. E davanti al supermercato c’è anche una barbona, Domenica, che però non chiede mai l’elemosina; è con lei che Violetta si ferma a parlare, portandole pane e formaggio mentre la barbona si ricorda di Said, il suo amore lontano che “faceva il facchino nel magazzino che sta dietro al supermercato. Dicono che è uno dei più grandi del nostro paese. Spostava pacchi col muletto, il trans pallet, il zanzarino elettrico ricaricabile, ma anche con le braccia e le gambe. L’hanno licenziato e ha perso il permesso di soggiorno. L’hanno rimpatriato ma ha promesso che torna”.

La lingua di Celestini, sul palco e sulla pagina, è anche una lingua lirica, poetica, e in altri passaggi emerge con tutta la sua forza, come quando Chiara, la santa, racconta i funerali di Francesco, il santo, personificazione della povertà:

Maestro mio, madre mio. Mio tutto dopo Dio.

Io conosco la tua gioia, la povertà, il tuo ideale.

Questo non sembra il tuo funerale.

Questo funerale pare quello di tuo padre e di tutti i borghesi arricchiti.

Questo funerale pare quello di mio padre. Di tutti i padri nobili e padroni.

Ti portano in pompa e sembrano già tutti cuciti sugli arazzi. Tutti co’ l’aureola alla moda, tu sei l’unico vivo in questo corteo di scheletri. Tu sei l’unico fuoco acceso in questa sfilata di pezzi di ghiaccio.

E loro si riscaldano accanto al tuo corpo freddo”.

Nei ringraziamenti finali, Ascanio Celestini scrive che queste storie sono diventata la sua storia: dovrebbero diventare quelle di ognuno di noi. La campagna “Tutti contano” serve anche a questo, a non pensare individualmente, a non evitare l’impatto con la realtà delle esistenze altrui. A non guardare un senza dimora come un estraneo, prima di voltarsi dall’altra parte, abbandonandolo al suo destino.