Un sasso nello stagno. Uno bello grosso, in uno stagno che più fermo e paludoso non si poteva. Fa pensare a questa immagine la battaglia di Sara, 40 anni, tre figlie. Saldatrice. Solo apparentemente immobilizzata dalla lunga catena di una ditta in subappalto per la quale assemblava microcomponenti elettronici su commessa di una ditta in appalto a sua volta incaricata da una grande multinazionale. Persa solo apparentemente in questo baratro di diritti e sfruttamento, che più si allontana dai grattacieli delle sedi centrali e scende negli inferi dei capannoni, più diventa buio.

Quando c’è stato da lottare Sara ha alzato la testa, per nulla intimorita. Lo ha fatto per le tre figlie, certo. E sicuramente lo ha fatto per sé, per tutti quelli come lei, numeri, soltanto numeri, nella zona industriale di Pomezia, che a leggere i contratti e i ricatti sembra un angolo di Pakistan a 30 chilometri dal nostro Parlamento. Numeri che, grazie alla lotta di Sara, potrebbero tornare volti, storie e persone. 

La vicenda

Sara ottiene il lavoro nel luglio del 2024 da una cooperativa sociale che, come detto, è uno dei tanti subappalti di una grande multinazionale. Dopo circa otto mesi di contratto a tempo determinato arriva la svolta: stabilizzata a tempo indeterminato. Certo, la ditta è praticamente in mono committenza, le prospettive sono appese a un sì o un no e il salario è di millecento, milleduecento euro al mese. “Solo perché –ci racconta al telefono la lavoratrice – ci spalmavano la tredicesima e ci aggiungevano il bonus mamma”. Non il massimo della trasparenza e dell’onestà. La Fiom, ci spiega il segretario locale, Fabrizio Maramieri, sospetta che fosse uno dei cosiddetti contratti pirata. Sara non si arrende.

“Il 19 febbraio mi sono iscritta alla Fiom, il 21 sono stata licenziata”

“Durante tutto il rapporto di lavoro chiamavo la persona con la quale avevo preso accordi per chiedere spiegazioni su stipendi, straordinari pagati come ore ordinarie e altre cose che non quadravano. A dicembre mi hanno convocato per comunicarmi che avrebbero cambiato ragione sociale. Io nella ‘nuova’ società ho mantenuto il contratto a tempo indeterminato, ma ho avuto problemi con i pagamenti delle spettanze di fine rapporto, ferie e permessi non goduti. Alla mia richiesta di chiarimenti non ho ricevuto risposta. Così ho deciso di rivolgermi al sindacato. Mi sono iscritta il giovedì 19 febbraio, venerdì 20 la Fiom Cgil ha mandato l’adesione all’azienda, sabato 21 mi è arrivata a casa la lettera di licenziamento con raccomandata”.

A quel punto la Fiom l’ha aiutata a impugnare il licenziamento. “Stiamo predisponendo un articolo 28 legge 300, condotta antisindacale, e stiamo denunciando la sua vicenda sulla stampa, ma anche alle istituzioni nazionali e locali – racconta Fabrizio Maramieri –. Vogliamo capire se il committente, la grande multinazionale, sia informata e abbia esercitato un ruolo attivo. Una cosa è certa: grazie al coraggio di Sara si sono accesi i riflettori sulle condizioni ambientali, di sicurezza, normative e salariali da terzo mondo cui sono sottoposti i lavoratori in questi appalti e subappalti. E la storia di Sara è la testimonianza delle pressioni e dei ricatti che subisce chi si avvicina al sindacato. Il messaggio che passa è: il sindacato non deve entrare qui. Declinato in una strategia fin troppo chiara con Sara: colpirne una per educarne cento. Un’operaia che non aveva mai ricevuto una lettera di contestazione e che, di punto in bianco, ha visto crollare il rapporto di fiducia con il datore di lavoro a poche ore dalla sua iscrizione alla Fiom”. 

Maramieri, Fiom Pomezia: “Vedremo chi si stancherà prima. Siamo pronti alla mobilitazione per Sara”

C’è almeno una scintilla di umanità in questa storia disumana? “L’enorme solidarietà ricevuta da Sara. Attestati e comunicati da delegati di tante fabbriche, colleghi metalmeccanici, mezzi di comunicazione, politica, società civile, territorio. Momenti di riscatto, come l’abbraccio ricevuto dal segretario generale, Maurizio Landini, e dal giornalista Luca Telese all’iniziativa al Palladium di Roma per la campagna referendaria. Il nostro slogan – ci racconta il segretario della Fiom di Pomezia – è: vedremo chi si stancherà prima. E siamo pronti ad azioni pubbliche, presidi, anche di fronte ai cancelli della multinazionale. Sara è un esempio anche per gli altri, si è sparsa la voce. La sua battaglia ha innescato un percorso di cui ci auguriamo potranno beneficiare tanti lavoratori”.