Ci sono tasselli della nostra storia musicale e culturale che hanno impresso un marchio profondo su tutto ciò che è venuto dopo, a quello che siamo oggi. Nel 1958 nascevano i Cantacronache, un collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti senza i quali i cantautori italiani non sarebbero mai esistiti. Stefano Di Polito ne raccoglie l’eredità preziosa attraverso il documentario Nel blu dipinti di rosso, prodotto da Magda Film e presentato in Concorso internazionale documentari, in occasione della 43°edizione del Torino Film Festival, che si è concluso ieri (29 novembre).

L’incontro con Emilio Jona e Fausto Amodei

Nel suo documentario, Di Polito affida il filo del racconto a Emilio Jona, oggi novantasettenne, e Fausto Amodei, tra i principali fondatori di quel movimento che rivoluzionò il modo di scrivere e cantare. I Cantacronache furono, infatti, capaci di tenere insieme più cose: da un lato la tradizione dei canti di lavoro, di protesta, di Resistenza; dall’altro, il contributo poetico delle più interessanti firme letterarie dell’epoca, capaci di sublimare le vicende del quotidiano attraverso la prosa e la poesia.

Flavio Giacchero

Calvino e le sue “canzoni tristi”

Non è, infatti, per nulla un caso che tra i principali collaboratori dei Cantacronache ci fossero Franco Fortini e Italo Calvino. Sullo schermo scorrono i manoscritti originali – con tanto di correzioni – di Dove vola l’avvoltoio, e ancora di Canzone triste, titolo del pezzo tratto da uno dei racconti più teneri e struggenti di Calvino: L’avventura di due sposi. Amodei e Jona ripercorrono, nel documentario, le tappe fondamentali – lavorative e personali - che li videro insieme a Sergio Liberovici fondatori del collettivo.

Le “cantacronache” vs le canzonette di Sanremo

Ma provano anche a condividere, aprendo i loro archivi, gli aspetti più innovativi di quella piccola grande rivoluzione musicale. Come veri e propri speleologi della musica, i Cantacronache non solo composero nuovi testi in contrapposizione alle canzonette di Sanremo, ma si occuparono di registrare dal vivo i canti di lavoro delle mondine, quelli della Resistenza. E, sopra ogni cosa, furono capaci di incarnare la poetica del “pubblico è privato”. Mettevano in musica storie di quotidiana miseria, di esistenze segnate dal lavoro e dalle problematiche sociali. L’amore non era vietato, e tuttavia, come scriveva Claudio Lolli, “anche l’amore può essere politico”.

Dai Cantacronache alla canzone d’autore 

Il grande pregio del documentario di Stefano Di Polito è senza dubbio quello di portare sul grande schermo una storia che va conservata, tutelata, protetta. Ma soprattutto, tramandata. Senza i Cantacronache non sarebbero esistiti, probabilmente, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Giovanna Marini, Enzo Jannacci e molti altri. Oggi, quell’eredità, continua a vivere grazie all’archivio Creo (Centro ricerca etnomusica e oralità) che ne conserva la memoria. A distanza di quasi 70 anni, il film riporta alla luce questa eredità dimenticata attraverso testimonianze e registrazioni d’epoca.

13 canzoni 13 destinate a cambiare la storia

Il titolo stesso del documentario riprende quello di un articolo pubblicato sulla rivista Lo Specchio il 1° giugno del 1958, dopo un concerto a Roma. A fare da colonna sonora al film, sono i dischi e le registrazioni originali. Per esempio quella del loro primo concerto del 3 maggio 1958, sul palco dell'Unione culturale a Palazzo Carignano, in cui proposero 13 canzoni 13 destinate a cambiare la storia della musica. Attraverso manoscritti originali, registrazioni e interviste, il documentario ci porta per mano all’indietro nel tempo. Gli occhi e le mani di Emilio Jona e Fausto Amodei sono la testimonianza vivente di quella voglia di essere e di esserci, testimoni del proprio tempo, attraverso la musica.

Un ponte tra passato e futuro

Commuove l’incontro finale tra Jona e Willie Peyote, scelto come simbolo contemporaneo di un approccio politico alla canzone, inteso nel senso più nobile del termine: “La musica che faccio ha un senso se serve a qualcuno – conclude il rapper torinese – altrimenti è inutile. La musica può anche essere inutile, ma non è quella che piace a me”.

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