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La miniserie Morbo K – Chi salva una vita salva il mondo intero andrà in onda il 27 e 28 gennaio su Rai 1. Il servizio pubblico ha scelto di celebrare il Giorno della Memoria con una fiction che ripercorre una vicenda avvenuta a Roma nel 1943. Il colonnello Kappler, capo delle SS nella Capitale, pretendeva dalla comunità ebraica locale un tributo in oro di ben cinquanta chili per non subire la deportazione nei campi di concentramento. L’allora direttore dell’ospedale Fatebenefratelli, intuendo le vere intenzioni del nazista, fece credere che un virus letale e altamente contagioso, il Morbo K, aveva colpito delle famiglie ebree, che erano rinchiuse in un reparto speciale sull’Isola Tiberina.
Neanche un fascista nella Roma del 1943
Bella e importante questa operazione di Rai Fiction, in collaborazione con Fabula Pictures. Se non fosse per un piccolo dettaglio: nella ricostruzione della vicenda non si vede neanche un fascista. Non compaiono nella storia, se si esclude l’apparizione breve di due poliziotti. I cattivi, insomma, sono i nazisti. E ci si chiede come sia possibile raccontare Roma e il Ghetto nel 1943 senza parlare dei fascisti e delle leggi razziali in vigore già da quattro anni.
Lo sceneggiatore: “Mancavano elementi storici certi”
Basta rivolgere la domanda allo sceneggiatore Peter Exacoustos, che a Dagospia risponde così: “Raccontare questa pagina storica vuol dire muoversi in una zona grigia, io stesso ho ravvisato criticità, a partire dalla partecipazione della polizia fascista al rastrellamento”. E non contento, o forse convinto di dover rafforzare ulteriormente la sua posizione, aggiunge: “Ci sono versioni storiche diverse e non univoche. Sicuramente i nazisti non avrebbero potuto fare tutto da soli, senza un aiuto dall'interno”.
Certo, almeno un italiano che gli fornisse la mappa del Ghetto ci doveva essere: “Non sono andato più a fondo perché mancavano elementi storici certi cui appoggiarsi: si dice che la polizia abbia fornito le liste, ma appunto senza dati sicuri. Inoltre non volevamo fare un processo storico ma cercare le emozioni dentro i fatti”.
“Morbo K” e il mancato rispetto della verità
Fa niente, dunque, se non si racconta la verità: quando contano le emozioni, la si può ridurre a una telenovela qualunque. “Precisato che non abbiamo ancora avuto l’opportunità di guardare la fiction, e che il lavoro artistico merita sempre rispetto, è altrettanto vero che parliamo di un'iniziativa che andrà in onda sul servizio pubblico”, dichiara Vincenzo Calò, della segreteria nazionale Anpi: “Proprio per questo, l'attenzione che va posta al rispetto della verità storica è altrettanto necessaria”.
Calò, Anpi: “I fascisti hanno responsabilità gravi”
Vincenzo Calò sottolinea, fugando i dubbi e le incertezze paventate dallo sceneggiatore, quanto la storia ci abbia consegnato una verità inequivocabile: i fascisti hanno responsabilità gravi rispetto a tutto quanto è accaduto agli ebrei italiani. “E se dunque da questa narrazione vengono cancellati i fascisti – prosegue Calò – non si fa un buon servizio alla televisione pubblica, che è la televisione di tutti. Le responsabilità sono collettive: regista, sceneggiatore, produttori e chiunque altro abbia scelto di assecondare un racconto parziale”.
Saccone, Slc Cgil: “Assisteremo a una serie fantasy”
Secondo Riccardo Saccone, segretario generale Slc Cgil, probabilmente assisteremo in prima serata a “una serie di genere fantasy. Ormai la Rai è diventata uno strumento a disposizione per un’opera di ricostruzione fantasiosa della storia, pensando di poterla riscrivere, perché questa è l’idea che il governo ha di egemonia culturale”.
Il servizio pubblico non è nuovo a “scivoloni” sulla programmazione, che vanno dalla vicenda di Sigfrido Ranucci e Report alla cancellazione dal palinsteso di No other land, solo per citarne alcuni. Senza dimenticare le sanzioni imposte alla Rai per le pratiche discriminatorie adottate nei confronti dei lavoratori sul tema dei referendum sul lavoro.
La Rai e l’egemonia culturale
In alcuni casi, però, l’intervento avviene in maniera subdola, quasi nascosta, cancellando pezzi di storia – come nel caso di Morbo K – oppure ruoli e personaggi chiave. Si pensi al caso della fiction L’ispettore, nella quale si parla di morti sul lavoro senza mai citare il sindacato e il suo ruolo centrale nelle vicende che riguardano la sicurezza sul lavoro, se non in qualche cammeo.
“Quello che oggi accade negli ambiti istituzionali a più livelli – osserva Calò – è la dimostrazione che nel nostro Paese le distanze dal fascismo non sono mai state prese, cosa che è accaduta per esempio in Germania rispetto al nazismo”.
Il rischio è andare verso la riabilitazione del fascismo
La vicenda diventa ancora più grave se si pensa che al centro della fiction non c’è un evento marginale della nostra storia, né figure controverse e complesse, che potrebbero dare adito a dubbi sulla scrittura di una sceneggiatura. Bensì uno dei fatti storici centrali della storia italiana del ventesimo secolo. “Non voglio parlare di malafede perché non mi appartiene – dice Calò – ma se non si offre un buon servizio di ricostruzione storica lo si fa per inadeguatezza oppure perché non si conoscono bene le cose, dunque non si è fatto bene il proprio lavoro. Rimane la terza opzione, che vorrei scongiurare, ovvero che andiamo verso la riabilitazione del fascismo che ha fatto anche cose buone”.
Il servizio pubblico che perde il suo pubblico
“Questa azienda sta perdendo la sua battaglia generalista, non solo a favore delle piattaforme, ma anche a favore di Mediaset” osserva Saccone, in merito alla capacità che un servizio pubblico dovrebbe avere di saper leggere la società. “Ma queste operazioni – conclude - non stanno dando buoni frutti, neanche dal punto di vista finanziario e industriale”. Il gradimento del pubblico e gli ascolti sono sempre più in perdita. E se il servizio pubblico perde la fiducia dei cittadini, perde il senso stesso della sua esistenza.
























