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È il Giorno della Memoria. Come ogni 27 gennaio, ricorre l'appuntamento istituito dalla legge italiana nel 2000 per la commemorazione delle vittime dell'Olocausto durante la Seconda guerra mondiale. Tra la necessità di ricordare, essenziale oggi in un tempo smemorato, e il genocidio di Gaza negli occhi, abbiamo provato ad aprire una riflessione complessiva sull'importanza delle parole, che non sono mai solo segni grafici ma portano la sostanza, vanno al cuore delle situazioni. Lo abbiamo fatto con Valentina Pisanty, docente di semiologia all'Università di Bergamo , che da poco ha pubblicato il libro Antisemita. Una parola in ostaggio (Bompiani). Pisany viene da un lungo percorso accademico ed editoriale che si è sempre concentrato sullo studio del negazionismo, del razzismo, sulla semiotica interpretativa e sul significato della memoria.
Valentina Pisany, partendo proprio dall'analisi contenuta nel libro, cosa significa oggi antisemita?
I dibattiti odierni non sono sul significato del termine, nel senso che c'è un accordo linguistico su cosa vuol dire questa parola, frutto dell'uso che se ne è fatto ormai sedimentato. Il termine nasce alla fine dell'Ottocento e viene coniato dagli antisemiti stessi, rivendicato dalla Lega antisemita tedesca: poi il significato si estende e ricopre molti atteggiamenti di animosità nei confronti delle comunità ebraiche. Poi ancora il significato si cristallizza come oggi lo conosciamo: una serie di pregiudizi ostili nei confronti di un gruppo. L'antisemitismo è una forma di razzismo. Gli studiosi sono concordi nell'affermare che è un tipo di razzismo particolare con alcuni tratti specifici, al centro c'è un ritratto denigratorio applicato agli ebrei in quanto “razza”. Detto chiaramente, si credeva che chi fosse di discendenza ebraica in automatico ereditasse alcuni tratti: da qui l'ebreo avido, rapace, subdolo, doppiogiochista, intelligente in modo manipolatorio. Ma soprattutto l'ebreo cospiratore, che così facendo aveva un effetto di disgregazione sulla razza autoctona.
Quand'è che l'antisemitismo tecnicamente si manifesta, ovvero quando abbiamo un episodio antisemita?
Quando a un ebreo viene appiccato addosso uno stereotipo. Come sappiamo, dopo la seconda guerra mondiale l'antisemitismo si è riempito di una carica mortifera, quindi nessuno rivendica più questa etichetta, ma non significa che il fenomeno sia scomparso. Qui si innesta un tentativo di manipolazione semantica e lessicale, che si afferma chiaramente negli ultimi vent'anni, in concomitanza con l'ascesa dell'estrema destra al potere in Israele. È una destra che intuisce il potenziale strategico dell'anatema, antisemita è la cosa peggiore che si può dire per escludere le persone dal contesto civile. Con gli antisemiti non si parla… Una volta intuito il potere della parola che porta un crimine di opinione, la tentazione è estendere il significato e includere anche chi non rientra nella sua orbita. Si afferma allora la tendenza dominante a identificare antisionismo con antisemitismo, sono due cose molto diverse ma si fanno combattere. Lo scopo è tacciare di antisemitismo chiunque si opponga in modo veemente alle scelte politiche israeliane.
Eccoci allora a un passaggio fondamentale: criticare le politiche di Israele non è antisemita.
Assolutamente no. Una critica anche forte non pone i presupposti per un atteggiamento antisemita. Alcuni sostengono che nel giudizio su Israele si adotti il criterio di due pesi e due misure, cioè ci si aspetti uno standard morale più elevato rispetto agli altri Paesi democratici, ma io non sono d’accordo. Non c’è accanimento eccessivo, l’idea del doppio standard non sta in piedi, è tutto da dimostrare che ci sia troppa severità nei confronti di Israele. Poi, nel caso di severità, va anche dimostrato che essa sia mossa da pulsioni antisemite. Insomma, ci sono tutte le ragioni per una critica eccessiva non antisemita, tanto più che noi Stati occidentali sosteniamo economicamente e militarmente Israele, quindi ci sentiamo legittimamente più coinvolti.
Tornando al significato delle parole, possiamo affermare definitivamente che antisionista non è antisemita?
Sì. Va detto per completezza che, a volte, nel discorso antisionista vengono usate parole provenienti dall’archivio antisemita, talvolta vengono confuse. Sono quindi rimessi in circolo frammenti di pensiero razzista, per esempio quando ancora oggi si dice che gli ebrei controllano la finanza mondiale, facendo leva sullo stereotipo.
Siamo al Giorno della Memoria. Come ci arriviamo al tempo di Gaza?
Con questa giornata noi ci stringiamo attorno alla promessa del “mai più”, con retoriche massicce sul concetto di memoria. Quindi è normale rilevare che oggi lo Stato d’Israele non è in linea con lo statuto morale derivante dalla Shoah, viene da chiedersi il perché. Altrimenti si rischia una lettura particolaristica del “mai più”, cioè mai più ma non per tutti.
A volte il governo israeliano viene accusato di “nazismo”, come la vede?
La questione va sciolta: non è solo il governo israeliano ad essere paragonato al nazismo, ma tutto il linguaggio dell’Olocausto è diventato moneta spicciola del discorso politico, come se fosse il calco con cui interpretare ogni situazione. Accade quindi che Putin venga descritto come il nuovo Hitler, lui a sua volta sostiene di voler denazificare l’Ucraina. L’accusa incrociata di nazismo è sempre all’ordine del giorno, ma è un’accusa assurda, serve solo per dire che col nemico che hai davanti non ci sono soluzioni politiche ipotizzabili ma devi solo distruggerlo, come con Hitler. Poi in particolare agli ebrei il paragone col nazismo fa più male, per ovvie ragioni, può urtare le sensibilità e magari non è giusto, ma non per questo è antisemita. Il diritto di critica anche eccessivo si può e deve esercitare sempre, senza essere tacciati di antisemitismo.
L'altra parola importante è antisionismo. Cosa significa?
L'antisionismo è una posizione politica. Oggi si intende soprattutto l'opposizione al potere che sta governando Israele. La cosa importante da sottolineare è questa: qualsiasi sia la forma di antisionismo, a meno che non impieghi i discorsi dell'archivio antisemita, è una posizione politica legittima. Si può trovare giusta o sbagliata, ma resta sempre politica, non è antisemitismo.
In conclusione, ha visto il film La zona d'interesse di Jonathan Glazer? Il comandante di Auschwitz con la sua famiglia coltiva le rose e mangia le fragole a pochi metri dal campo di sterminio, che resta totalmente fuori campo e nascosto alla vista...
Sì, l'ho visto, mi ha colpito moltissimo. Il collegamento con quanto sta accadendo è dolorosamente evidente. Penso sia in corso un fenomeno di negazione, da parte di Israele, che ha i tratti della retorica negazionista, ossia di coloro che nella Storia negano sia in corso un massacro e una forma di pulizia. Questo si intreccia alla volontà della maggioranza degli israeliani di non guardare in faccia la realtà, innescando un processo di puzzle collettivo che fa spaventoso. Sarà un tema duro da studiare nei prossimi anni.

























