“Se non trovate qualcosa che vi piace, vuol dire che non vi piace il cinema.” Con queste parole, la direttrice del festival Tricia Tuttle ha presentato la sua Berlinale 2026, che si è aperta giovedì 12 febbraio e si chiuderà domenica 22. Un appuntamento con il cinema che si riconferma, anno dopo anno, attento a raccontare piuttosto che a mostrare. Sul red carpet sfilano sì i grandi nomi, ma senza rubare la scena ai veri protagonisti: i film.

Wim Wenders: “Il cinema pensa alle persone, non alla politica”

Eppure quest’anno sembra mancare qualcosa. Fanno riflettere – dopo aver scatenato molta polemica – le dichiarazioni della Giuria e del suo presidente Wim Wenders, a cui era stato chiesto come mai la Berlinale non avesse preso una posizione chiara in sostegno della Palestina. “I film –  ha risposto Wenders - possono essere politici, ma non in maniera diretta. Non vogliamo affrontare questi temi. Dobbiamo per prima cosa pensare alle persone e non alla politica”. 

La direttrice Tuttle: “Il cinema crea comunità”

Frasi che stupiscono, se si pensa al movimento artistico e politico Venice4Palestine, e alle sue prese di posizione sia in occasione della Mostra del Cinema di Venezia che del Roma Film Fest e degli European Films Awars. Ma anche frasi che sembrano andare in un’altra direzione, rispetto a quanto aveva affermato la direttrice del Festival Tricia Tuttle. “Lo sentiamo dire spesso, ma per me non diventa mai una frase fatta - aveva scritto nel suo editoriale di presentazione del programma -. Il cinema è una forma d’arte che aiuta a capirci e a entrare in relazione. E lo fa anche la Berlinale. Il cinema crea comunità quando ci ritroviamo a febbraio per guardare insieme, quando discutiamo e litighiamo su un’opera, quando spingiamo gli altri a vedere un film”. 

Il cinema d’autore da tutto il mondo

Eppure, sfogliano il programma, il Berlin International Film Festival sembra non tradire la sua vocazione: coniugare il cinema d’autore con l’attenzione al presente; i registi e gli attori di fama internazionale con gli sguardi provenienti dal resto del mondo. Ottanta paesi, molto diversi tra loro, che portano nella capitale tedesca storie non solo “occidentalocentriche”.

“No Good Men”, dall’Afghanistan il film di apertura 

Ecco perché la Berlinale ci piace(va), più della Festa del Cinema di Roma: non è difficile trovare narrazioni che parlino di lavoro, di diritti, di piccole e grandi vite quotidiane, nel bene e nel male. Non stupisce, dunque, che il film di apertura del festival sia stato No Good Men, della regista afghana Shahrbanoo Sadat, già premiata in passato nei circuiti internazionali. Si tratta della storia di Naru, unica camerawoman della principale emittente televisiva di Kabul, poco prima del ritorno dei talebani al potere.

“My wife cries”, dal cantiere all’amore 

Sempre da una donna, Angela Schanelec, vincitrice di due orsi d’argento nelle precedenti edizioni, arriva My wife cries. Il film segue la giornata lavorativa ordinaria in un cantiere. Thomas, un quarantenne che lavora a una gru, riceve una chiamata dalla moglie: deve andare a prenderla in ospedale. Una volta lì, la trova seduta da sola su una panchina del parco, in lacrime.

Sleep No More, l’Indonesia che porta in fabbrica 

Merita la nostra attenzione anche Sleep No More, sezione Berlinale Special, del regista indonesiano Edwin. Tra esoterismo e magia, la storia di una proprietaria di fabbrica, Maryati, che sfrutta i propri dipendenti con turni di lavoro eccessivamente lunghi, attirandoli con incentivi affinché privilegino la produttività e l’avidità rispetto al sonno. Ma quando una delle operaie si suicida, i suoi figli decidono di scoprire se la causa sia stata proprio il lavoro nella fabbrica.

L’Italia grande assente

Sarà un caso, ma da due anni il cinema italiano non arriva a Berlino. A parte alcune coproduzioni, neanche in questa edizione 2026 della Berlinale vedremo nostri film in concorso. E non li vedremo neanche agli Oscar, nella competizione dei film stranieri. Quest’anno, insomma, l’Italia assisterà al grande show come James Stewart nel capolavoro di Hitchcock: dalla “finestra sul cortile”.

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