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La figura di martire non si addice a Piero Gobetti, lui che dopo essere stato assalito sotto casa da una squadraccia fascista nel settembre del 1924 a Torino, dal letto d’ospedale liquidò la faccenda con una scrollata di spalle.
Non gli si addice anche perché la sua intransigenza lo portava, negli anni in cui il fascismo montante diveniva sempre più violento, a volere “il boia affinché si possa veder chiaro”, un invito esplicito rivolto a Benito Mussolini di mostrare il suo vero volto, come puntualmente accade di lì a qualche mese, dopo il sequestro e l’omicidio di Giacomo Matteotti, a cui lo stesso Gobetti dedicò quello che oggi definiremmo un instant-book, una biografia essenziale e vissuta del deputato socialista a pochi giorni dalla sua scomparsa.
Nato il 19 giugno del 1901, Gobetti è morto quando ancora doveva compiere 25 anni, la notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926, nella clinica Neuilly-sur-Seine, a est di Parigi, dove si era rifugiato per l’esilio cui le restrizioni sempre più asfissianti del regime fascista lo avevano costretto, per rendere “la vita difficile” a colui che lo stesso Mussolini, nel giugno del 1925, in una lettera scritta di suo pugno e inviata al prefetto, definiva un “insulso oppositore del governo e del fascismo”.
In quello stesso anno fondava “Il Baretti”, foglio di taglio prettamente culturale, per alleggerire il controllo sempre più soffocante della censura, puntuale nel sequestrare ogni numero della grande avventura rappresentata da “La Rivoluzione Liberale”, rivista che dal febbraio 1922 aveva iniziato a trattare i temi politici del presente senza sconti nei confronti di nessuno, compreso quel Partito comunista d’Italia che già nel 1924 Gobetti definiva troppo legato a logiche verticistiche, di struttura e “di sezione”, e al quale preferiva l’impostazione agile dei movimenti, come mostravano quei circoli gobettiani che intanto provava a creare e diffondere, da Milano a Palermo.
Instancabile nel suo quotidiano lavoro, immerso anima e corpo nelle molteplici attività, non ancora maggiorenne Gobetti dava vita alla sua prima rivista chiamandola “Energie Nove”, sulla quale tra i molti scrivevano per lui intellettuali del calibro di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, già allora padri-padroni incontrastati della scena filosofica italiana ed europea che si riconduceva ai fondamenti dell’Idealismo.
In quello stesso periodo Gobetti traduceva dal russo e dal francese i grandi scrittori e poeti del presente e del passato di quei Paesi, contribuendo alla loro diffusione; una passione condivisa con la sua amata Ada Prospero Gobetti, sposi giovanissimi e genitori di un figlio, Paolo, che il padre Piero ebbe modo di vedere soltanto pochi giorni, prima del viaggio fatale verso Parigi.
La stessa Ada, quando la cognata Carla Gobetti le chiese se suo marito fosse morto non solo per le conseguenze di una brutta polmonite, ma anche a causa dei pestaggi scientifici a cui gli squadristi lo avevano sottoposto, Ada rispose offrendo il proprio petto nudo, che ancora portava i segni a lei inflitti dagli scarponi dei nazifascisti durante la Resistenza. Dopo la fine della guerra, Ada diventerà la prima donna vicesindaco di Torino.
In questa breve e intensa esistenza, Gobetti ha trovato il tempo di dedicarsi anche alla critica teatrale per “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, e di misurarsi come editore attraverso una casa editrice a cui diede il suo stesso nome, con un logo mutuato dal greco antico, ancora una volta più che eloquente: “Cosa ho a che fare io con gli schiavi?”. In meno di tre anni, tra il 1923 e il 1925, il Gobetti editore riuscirà a pubblicare circa cento titoli, un numero impressionante se si pensa ai mezzi all’epoca disponibili per confezionare un libro. Tra questi, oltre L’Italia barbara di Curzio Malaparte e altri che scrutavano con lungimiranza il panorama politico e culturale italiano, gli Ossi di seppia di Eugenio Montale, all’epoca rifiutato da molti, mentre il giovane Gobetti aveva subito intuito la portata rivoluzionaria dal punto di vista poetico dei versi della prima raccolta montaliana.
Antifascista per istinto e non per ideologia, come scriveva su “La Rivoluzione Liberale”, di Piero Gobetti è rimasta celebre nel corso della storia la definizione dell’Italia del suo tempo, cristallizzando il fascismo imperante come “l’autobiografia di una nazione”.
Chissà cosa avrebbe pensato, a un secolo esatto dalla sua morte, dei tempi che siamo condannati a vivere.






















