La destra estrema tesse reti internazionali, valica i confini, costruisce alleanze. Un recente summit reazionario, ospitato addirittura dal Parlamento europeo il 3 febbraio scorso, ha riportato il tema all’attenzione della cronaca. La politologa Manuela Caiani, docente della Scuola Normale Superiore, una delle più attente e importanti studiose dei populismi, ci aiuta a capire cosa sta succedendo, soprattutto in Europa.

“La transnazionalizzazione dei partiti e dei movimenti sociali illiberali – esordisce Caiani – non è un fenomeno nuovo, ma è certamente in accelerazione nel 21esimo secolo, ed è sempre più evidente in Europa. Questi soggetti non sviluppano solo reti transnazionali, ma le loro idee si diffondono oltre i confini grazie a internet e alle piattaforme di social media. Attori anti-immigrazione e anti-gender si riuniscono in eventi a livello internazionale, favorendo la diffusione di strategie e cornici interpretative escludenti, e contribuendo all’apprendimento reciproco. Finora la ricerca si è concentrata su temi specifici (odio per i migranti e per i diritti gender, singoli partiti e movimenti). Ma a questo punto credo che la sfida sia un’altra”.

Quale?
Dobbiamo analizzare i confini porosi della destra radicale, dobbiamo capire come e dove partiti e movimenti si penetrano e alleano, si contattano reciprocamente grazie all’utilizzo di varie arene, istituzionali e di piazza. Una recente ricerca condotta nell’ambito del progetto europeo Authlib ha cercato di fare luce sul fenomeno, raccogliendo una grande mole di dati empirici sui legami transnazionali delle destre radicali illiberali, partitiche e non, in sette Paesi europei.

Cosa ne è emerso?
Lo studio ha evidenziato che, almeno nei Paesi europei esaminati, la transnazionalizzazione della destra radicale non è solo multiforme (in termini di diversi tipi di attori coinvolti) ma anche multidimensionale (in termini di implicazione di diversi aspetti e dimensioni). Il nostro framework analitico definiva la “transnazionalizzazione” come sviluppo di identità collettive, reticoli e contatti organizzativi oltre i confini e pratiche di mobilitazione sovranazionali. Questo approccio, al vaglio della realtà empirica, è sembrato funzionare, e ci ha permesso di catturare la complessità del fenomeno in questione, offrendoci una ricca panoramica della transnazionalizzazione della destra illiberale.

Quello di Bruxelles è stato presentato come un vertice in difesa della “libertà di espressione”. Sembra un ribaltamento semantico. In che modo l'estrema destra sta utilizzando i concetti cari al liberalismo classico per diffondere contenuti che mirano a erodere le basi della democrazia?
Si tratta dell’occupazione di nuove arene, utilizzando discorsi che in sociologia chiamiamo “master frames”. Sono schemi interpretativi ampli che uniscono battaglie vecchie e nuove della destra radicale, come ad oggi la sfida in relazione all’università e libertà accademica. In questo processo di transnazionalizzazione, la destra sviluppa frames comuni, inquadra tematiche salienti e dalla “forte” identità europea, individua tutte le potenzialità per la costruzione di coalizioni, ed è molto attenta alle opportunità politiche sul piano europeo.

Quali sono i soggetti chiave che realizzano queste strategie?
L’organizzazione polacca Ordo Iuris, oppure l’ungherese Center for Fundamental Rights. L’hub centrale della cooperazione transnazionale rimane la Conservative political action conference (Cpac) che si riunisce ogni anno.

In uno studio recente, lei ha analizzato il discorso delle destre estreme in diversi Paesi europei. Quali temi e priorità ha individuato?
Gli argomenti principali sono due: migrazione e genere. Dominano le discussioni in tutti i Paesi esaminati, anche se con enfasi diverse a seconda del contesto nazionale. I movimenti politici nativisti e i gruppi culturali tradizionalisti (soprattutto anti-gender) sono i più collegati a livello internazionale e svolgono ruoli centrali nella rete dell'estrema destra in Europa.

La politologa Manuela Caiani

Queste forze come conciliano il loro sovranismo con la costruzione di un'identità collettiva che supera i confini degli Stati?
Siamo di fronte a una “fondazione ideazionale”, ossia all’emergere di nuove identità collettive transnazionali. Questo si capisce bene se guardiamo al loro posizionamento sull’integrazione europea. Non possiamo più definire questi attori semplicemente come “nazionalisti”. Oggi dimostrano di avere delle visioni di Europa, seppure escludenti, dirette principalmente contro l'immigrazione musulmana. In diversi studi che ho condotto assieme a Manès Weisskircher abbiamo coniato il termine “nativisti europeisti”.

Cosa significa?
Vuol dire che difendono la (loro) Europa contro la presunta minaccia dell'Islam, ma anche contro la minaccia “di genere”. Queste organizzazioni hanno orientamenti “positivi” verso la transnazionalizzazione, ossia non semplicemente opportunistici o strategici, ma profondamente radicati nella loro mentalità. Nel rapporto con un’Europa non più rifiutata, queste forze politiche agiscono su due livelli diversi.

Quali sono?
Il primo riguarda l’Europa come spazio innanzitutto culturale e “identitario”, oltre che economico e politico. Il secondo è rappresentato dall’Unione Europea, con il suo complesso ingranaggio di istituzioni, leggi, regolamenti ma anche con la “visione del mondo” che essa sembrerebbe rappresentare. Sia i movimenti sociali della destra radicale, sia le organizzazioni partitiche, sia le coalizioni e i gruppi condividono il desiderio di difendere l'arena sovranazionale da quelle che considerano minacce.

Torniamo al concetto di “visione escludente” dell’Europa cui accennava prima?
Sì, e in questa prospettiva l’integrazione europea diventa per le destre una “risorsa ideologica”: conferisce legittimità al discorso pubblico, collegando l’Europa a valori come la sovranità, l’autogoverno e l’autonomia.

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Come è strutturata e coordinata oggi la rete delle destre radicali tra Europa, Stati Uniti e America Latina?
Il legame tra destre europee, Usa e America Latina non è ancora ben studiato e documentato dalle scienze sociali, anche se è già sotto gli occhi di tutti. Il partito di destra radicale spagnolo Vox sembra agire da hug e broker nel collegare la destra latino-americana a quella europea. Mettendo in luce analogie e differenze tra i diversi contesti, il politologo cileno Cristóbal Rovira Kaltwasser ha descritto l’avanzata di un populismo radicale che, tanto in Europa quanto nelle Americhe, sembra farsi strada con lo slogan “meno democrazia, ritorniamo al passato”. Per lungo tempo si era ritenuto che il quadro politico dell’America Latina fosse differente rispetto a quello europeo, ma – come ci spiegano gli studi comparati di Kaltwasser – l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e, successivamente, quella di Jair Bolsonaro in Brasile hanno messo in discussione questa convinzione.

L’America Latina di Kast e Milei è spesso citata tra le “best practices” della destra internazionale, un modello di azione divulgato nei tanti incontri e vertici…
Milei ha guadagnato 6 milioni di voti tra primo e secondo turno, molti lo hanno scelto per protestare contro il governo dell’inflazione al 100 per cento. Ma, come spiega ancora Kaltwasser, le profonde disuguaglianze che attraversano l’America Latina rendono difficile ottenere consenso proponendo apertamente un programma neoliberista. Per questo, dopo la transizione alla democrazia, la destra tradizionale ha spesso evitato di insistere sulla dimensione socioeconomica, consapevole che non avrebbe prodotto vantaggi elettorali. Una strategia simile è adottata anche dalla destra contemporanea: pur mantenendo un orientamento neoliberista, concentra la propria ricerca di consenso soprattutto su temi morali e culturali. Il dibattito pubblico viene così polarizzato attorno a questioni come l’aborto e i diritti Lgbtq. È una combinazione di posizioni ideologiche che amplia l’attrattiva di queste forze presso segmenti diversi dell’elettorato.