L’Orso d’oro della Berlinale 2024 va a Dahomey della regista franco-senegalese Mati Diop. Una scelta coraggiosa, tutto sommato condivisibile, firmata dalla presidente della giuria Lupita N’yongo. Un premio al cinema africano, nel particolare alla complessa vicenda che porta alla restituzione della Francia al Benin dei tesori trafugati nell’Ottocento nel corso dell’attività coloniale. Un film di appena 67 minuti che si muove tra documentario e finzione: fa i conti col passato coloniale, che giustamente ci fa sentire in colpa, riflette sull’identità africana in modo anche didascalico, ma consegna una potente lezione del festival, un altro cinema è possibile.

In generale, a prescindere dai singoli premi, il festival di Potsdamer Platz è servito per sondare lo stato della settima arte in un tempo complicato, nell’epoca post-Covid che ha visto la chiusura di molte sale in tutta Europa, e che proprio in questi anni si organizza per ripartire. I selezionatori sono andati alla ricerca di titoli da ogni parte del mondo, comprese le latitudini più lontani e difficili da esplorare, il primo film nepalese in concorso nella storia è un simbolo efficace.

I lavoratori messicani della cucina

Il film in concorso che più ha rappresentato lavoratrici e lavoratori è stato il messicano, La Cocina di Alonso Ruizpalacios. Qui la cucina di un grande ristorante americano ospita immigrati sudamericani, poveri, americani falliti. Una giovane messicana arriva a New York e si unisce a loro, intrecciando la parabola della migrazione a quella del nuovo impiego sfruttato e sottopagato. La messinscena corale si sviluppa attraverso piani sequenza che formano una consapevolezza: la cucina è oggi il luogo della lotta di classe.

Mentre i clienti mangiano e bevono allegramente, infatti, dietro di loro c’è un esercito di deboli e umili che opera nelle retrovie, per garantire quella pepsi cola che a un certo punto esplode, costringendo i ragazzi e le ragazze a lavorare immersi nella bevanda che allaga la cucina. Un grande affresco arricchito di sequenza notevoli: per tutte la lunga scena che si chiude con la cameriera che entra in sala canta al cliente buon compleanno. Il buon appetito invece è impossibile.

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Il successo di Gloria! di Margherita Vicario

L’Italia si è presentata in competizione con Gloria! di Margherita Vicario, che ha riscosso grande successo in tutte le proiezioni. Il film della cantautrice racconta una storia piccola ma molto efficace: la parabola di una ragazza, Teresa, che fa la “serva” in un convento nella Venezia del Settecento. Quanto arriva in predicato una visita del Papa Pio VII, ecco che si procede all’organizzazione di un concerto religioso, in cui canteranno le giovani del coro. Mentre il capo del convento non riesce a cavare un ragno dal buco, ecco che la ragazza rivela un'insospettabile abilità al pianoforte, strumento allora sconosciuto.

Il racconto è pieno di musica, naturalmente: è dedicato a tutte le musiciste donne che venivano istruite negli istituti religiosi ma poi, proprio in quanto donne, dovevano dedicarsi alle faccende domestiche (leggi: matrimoni combinati) e appassivano “come fiori secchi”.

Talenti sprecati, che il film vuole rimborsare e lo fa con un finale di felice immaginazione, paragonato al cinema di Sofia Coppola. Una storia femminile che ha conquistato la platea internazionale, riscuotendo molti applausi per ogni passaggio. L’altro italiano in concorso, Another End di Piero Messina, è in realtà una co-produzione internazionale che si traduce in un film di fantascienza sentimentale non in grado di lasciare particolarmente il segno.

Il primo film dal Nepal

Il Nepal ha portato il promo film in concorso a Berlino in 74 anni di storia. È Shambhala di Min Bahadur Bham, titolo potente, ancora una volta incastonato su una donna: la giovane Peme, che perde il marito per un lungo viaggio commerciale, la cui maternità viene quindi messa in dubbio. Si accende il conflitto tra la tradizione, lo scontro tra le regole imposte e la necessità di trovare se stessa, per un personaggio femminile memorabile in cerca della propria realizzazione. Anche solo per il magnifico sfondo nepalese merita la visione.

L’anno dell’Africa

È stato l'anno dell'Africa. Non solo per l’Orso d’oro conquistato da Mati Diop con Dahomey. Abderrahmane Sissako ha portato al festival Black Tea: storia di una donna africana in Costa D’Avorio e del suo matrimonio combinato, da cui fugge per recarsi in Cina. Qui intrattiene un rapporto con un uomo più grande che gestisce un emporio di thè. Incontro “strano” tra Africa e Oriente, a suo modo inedito e coraggioso, servito dalla mirabile interprete femminile, l’attrice nera Nina Melo.

Dalla Tunisia abbiamo visto uno dei temi più forti sullo schermo: il terrorismo islamico. In What I Do Belong To di Meryam Joobeur  c'è una madre costretta a vedere uno dei che si radicalizza, entrando nell'Isis e tornando a casa con una nuova moglie, rigorosamente coperta dal niqab. La progressione graduale degli eventi lentamente va a scoperchiare il cuore nero dell’estremismo, cosa significa davvero essere un terrorista e qual è il trattamento agghiacciante riservato alle donne.

Le nuove guerre dell’oggi

Il cinema da sempre si confronta il contemporaneo e fa da specchio, naturalmente distorto e riscritto in forma narrativa dalla sensibilità dei suoi registi. Ecco perché non potevano mancare le guerre, i nuovi conflitti che stravolgono il nostro mondo. Il festival non ha paura di dire “Stop al genocidio”, in riferimento alla popolazione di Gaza. Importante è stato il ritorno del cineasta Amos Gitai, israeliano da sempre oppositore del governo di Gerusalemme, sostenitore della pace. Il suo Shikun segue la parabola di venti personaggi che vivono in un complesso nel deserto del Negev, tra conflitti e contrasti, sollevando inevitabilmente la questione palestinese.

Abel Ferrara è andato in Ucraina per girare Turn in the Wound, nella sezione Berlinale Special. È un documentario sulla performance, la poesia, la musica e l’esperienza delle persone in guerra: alla ricerca di un significato nella sofferenza e nei conflitti che riecheggiano il passato, il film tratta proprio la ricerca della libertà di fronte all’oppressione e alla forza militare, con la partecipazione speciale di Patti Smith.

Molto toccante anche a Bit of Stranger di Svitlana Lishchynska, ospitato nella sezione Panorama Documentari. La stessa regista, Svitlana, è nata a Mariupol in epoca sovietica: nel film percorre le esperienze di quattro generazioni di donne, lei inclusa, e analizza le politiche imperialiste Mosca che le hanno storicamente private di un’identità. Il risultato? Ogni nuova generazione nella famiglia di Svitlana è sempre più “russificata” della precedente. Sarà proprio l’invasione di Putin, per paradosso, a ribaltare la situazione e portarle a costruire la coscienza di essere donne ucraine.

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L’atto di accusa contro la chiesa

Ad aprire il festival era stato un film a forte impatto sociale: Small Things Like These di Tim Mielants, che ha riportato sullo schermo la drammatica questione delle Magdalene, le lavanderie gestite con mano durissima dalla chiesa cattolica irlandese per occultare le donne ritenute immorali. Dal romanzo di Claire Keegan, Piccole cose da nulla, un racconto di denuncia con protagonista Cillian Murphy, nei panni dell’uomo chiamato a scoperchiare il vaso di Pandora e scontrarsi con la chiesa locale. Per la verità sul tema bollente c’era stato un altro film, Magdalene di Peter Mullan che fu Leone d’oro a Venezia 2022, ma anche questo serve a rafforzare la questione mostrandola da un altro punto di vista.

Una Berlinale all’insegna del rispetto

I dieci giorni di cinema a Potsdamer Platz hanno mostrato un’ipotesi alternativa, una possibilità di coltivare la filiera in modo differente. Va citata la grande attenzione alle diversità, che notoriamente la Berlinale riserva, offrendo l’email e il numero verde anti-discriminazione a cui segnalare gli eventuali episodi negativi. Il rispetto del genere sta poi nei fatti: è il festival nel mondo con una maggiore presenza di registe donne, trans e di titoli Lgbtq+, che valorizza nella convinzione di interpretare i cambiamenti in atto oggi, non solo nel cinema.

Il giusto riconoscimento passa anche per i lavoratori che partecipano alla Berlinale, garantendo il funzionamento della macchina organizzativa, che si disloca in molti cinema di tutta la capitale tedesca: come più volte sottolineato, il loro ruolo è riconosciuto e vengono pagati degnamente, uscendo dalla prassi dello “stagista” che esiste nei festival italiani, spesso usato per pagare poco e male.

L’altra carta vincente, come detto, è la scelta di programma di uscire dall’Occidente, senza nomi blasonati ma con la forza delle idee. Così si spiega la presenza dell’Africa, dell’Asia, del Nepal e delle donne. C’è anche un altro cinema, lo sanno bene a Berlino. Basta andarlo a cercare, portarlo nel festival e magari nelle sale italiane, se qualche distributore se ne accorge, insomma basta volerlo vedere.

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