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Analisi

Piattaforme digitali e conflitti globali

Foto: foto freepick.com
Dario Guarascio
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Le grandi imprese transnazionali hanno fatto un salto di qualità. È un disegno ‘imperialista', finalizzato alla colonizzazione di nuovi mercati e all'espansione della massa di informazioni da archiviare, rielaborare e vendere

La tendenza alla concentrazione di potere economico e tecnologico è un tratto distintivo del sistema capitalistico, sin dalle sue origini. Autori come Marx, Schumpeter, Hilferding e Lenin riconoscono nei grandi oligopoli tecnologici il motore fondamentale delle trasformazioni economiche e sociali del loro tempo nonché la causa primaria di diseguaglianza, instabilità politica e guerre. Nella seconda metà del Novecento, i teorici del ‘Capitale Monopolistico’[1] riportano le grandi imprese transnazionali e il loro potere al centro dell’analisi. La capacità che queste entità hanno di controllare lo spazio economico, abbattendo barriere spazio-temporali, vincoli politici e imponendo una ‘divisione del lavoro’ funzionale ai loro obiettivi strategici, viene individuata come la causa principale delle crescenti diseguaglianze e dei divari di sviluppo tra Paesi.

Con l’avvento delle grandi piattaforme digitali[2] tale processo di concentrazione del potere sperimenta un salto di qualità. Il potere delle grandi piattaforme si basa sul dominio delle tecnologie, delle infrastrutture e dei servizi necessari a mantenere il controllo sui sempre più vasti flussi di informazione digitale. Il controllo dei dati garantisce alle piattaforme una posizione dominante circa lo sviluppo e l’offerta di servizi essenziali per la vita degli individui, delle imprese e degli Stati. La piattaforma si trasforma in un “panottico”: il controllo dei flussi di dati le consente di monitorare in modo costante l’economia discriminando tra i settori ove si limita a beneficiare della propria primazia tecnologico-organizzativa estraendo le relative rendite; e quelli ove può rivelarsi strategico penetrare e competere direttamente con le imprese insediate, spesso con il fine di estrometterle completamente dal mercato.

Il controllo dei dati è importante anche per influenzare la composizione dei panieri di consumo degli utenti che interagiscono con le piattaforme dal lato della domanda. Utilizzando algoritmi di Intelligenza Artificiale (IA) che consentono di “profilare” gli utenti e di personalizzare le attività di marketing, le piattaforme digitali riescono a stimare con estrema precisione la probabilità che un consumatore effettui un determinato acquisto. Di fatto, le piattaforme “anticipano” la domanda. Questo consente loro di ottenere significativi guadagni di efficienza e di accrescere il valore di servizi complementari, come nel caso dei servizi pubblicitari “targettizzati”. Per Amazon, ad esempio, l’anticipazione dei flussi di domanda è centrale per massimizzare l’efficienza delle attività di produzione, stoccaggio, logistica, e di relazione con le terze parti nell’ambito del suo “marketplace” virtuale.

Quanto più grande e ricca è la massa di informazioni controllata dalla piattaforma, tanto maggiore è il valore delle tecnologie di IA, basate in larga parte su algoritmi di apprendimento, di cui questa dispone. Da questo punto di vista, è paradigmatico il caso della penetrazione in settori nevralgici quali la sanità e la finanza, recentemente oggetto di ingenti investimenti da parte di piattaforme come Alphabet e Amazon.

Per quanto riguarda la sanità, parallelamente all’intenzione di acquisire quote di mercato in settori ad alto valore aggiunto, l’obiettivo strategico è quello di privatizzare flussi di informazione dal valore inestimabile perché caratterizzati da unicità come, ad esempio, quelli relativi alla salute degli individui. Quanto più le informazioni cui la piattaforma riesce ad avere accesso sono pregiate, tanto più la stessa può sviluppare nuovi prodotti, privatizzare la conoscenza ad essi associata e rafforzare le tecnologie di cui già dispone. Tutto ciò le consente di accrescere il proprio vantaggio competitivo di natura tecnologica subordinando le controparti (private e pubbliche) a una più acuta dipendenza.

Negli anni recenti, la crescita del potere economico delle grandi piattaforme ha dato luogo a una serie di reazioni da parte dei governi e, in particolare, delle autorità di regolamentazione. Si è tentato, invero con scarso successo, di contenere il loro potere sanzionando le azioni considerate lesive della concorrenza e tentando (timidamente) di ridurre la capacità delle stesse piattaforme di appropriarsi in modo automatico delle informazioni private relative ai loro utenti.

Il potere delle piattaforme, tuttavia, va molto al di là della loro capitalizzazione o della mera accumulazione di profitti e quote di mercato. Vi è una dimensione, relativamente poco investigata, che riguarda il ruolo delle grandi piattaforme nelle strategie geopolitiche e militari delle potenze – Cina e Stati Uniti – a cui fanno riferimento. In primo luogo, è opportuno ricordare che, come la gran parte degli oligopoli tecnologici del Novecento, anche le odierne piattaforme digitali hanno un’origine militare. Internet e le tecnologie su cui si basa sono il risultato di cinquant’anni di investimenti realizzati dagli apparati della difesa statunitensi. Da un lato, la privatizzazione delle tecnologie della rete e la ‘commercializzazione di Internet’[3] che ha luogo nella prima metà degli anni Novanta su impulso di Al Gore e Bill Clinton costituiscono gli ‘atti originari’ a partire dai quali le piattaforme cominciano a costruire il loro impero economico. Dall’altro, le piattaforme divengono i controllori di infrastrutture e tecnologie di rete che, come già detto, nascono come militari e che avranno un ruolo sempre più rilevante nelle attività di sicurezza e difesa.

Tale controllo fornisce alle piattaforme un potere significativo verso l’interno, potendo condizionare i governi dei Paesi ove risiedono. Gli esempi recenti abbondano. C’è, ad esempio, quello dello Stato di New York, che si è rivolto a Microsoft e Google per gestire l’emergenza pandemica consentendo loro di appropriarsi di tutte le informazioni private che si sarebbero trovate a gestire. O quello della National Security Agency (NSA) che ha appena assegnato ad Amazon un contratto da 10 miliardi di dollari per la gestione dell’apparato cloud dell’agenzia. In realtà, l’intreccio tra apparati militari e oligopoli digitali è visibile anche guardando agli sviluppi istituzionali più recenti. Andrew Jassy, AD di Amazon, siede assieme all’ex AD di Alphabet Eric Schmidt all’interno della ‘National Security Commission on Artificial Intelligence’. La Commissione è stata istituita nel 2018 dal Congresso degli Stati Uniti per definire ‘gli usi militari e di sicurezza della IA’[4].  

A livello internazionale, le piattaforme perseguono un proprio disegno ‘imperialista’, finalizzato alla colonizzazione di nuovi mercati e all’espansione della massa di informazioni da archiviare, rielaborare e vendere. Si pensi, ad esempio, ad Amazon e alla rapidità con cui si è diffusa a livello globale rendendo milioni di consumatori e imprese dipendenti dai suoi servizi. Similmente, si pensi alla capacità di Facebook e Google (Alphabet) di acquisire quote maggioritarie dei mercati pubblicitari in tutto il mondo. Allo stesso tempo, la stretta relazione che le piattaforme intrattengono con gli Stati di appartenenza (Stati Uniti e Cina) e i loro apparati militari le trasforma in soggetti attivi nell’ambito delle strategie imperialiste di quegli stessi Stati. In primo luogo, le piattaforme divengono un ‘avamposto virtuale’ in grado di assorbire enormi quantità di informazioni. In secondo luogo, le piattaforme tendono ad assumere il ruolo di fornitori privilegiati di servizi sensibili - quali quelli legati alla gestione degli archivi virtuali, delle comunicazioni digitali e della cybersicurezza – instaurando relazioni di dipendenza con i governi che le ospitano.

Un caso lampante è quello del progetto Gaia-X, inizialmente disegnato per consentire all’Unione Europea di recuperare sovranità digitale proprio nei confronti delle grandi piattaforme (e, implicitamente, nei confronti di Stati Uniti e Cina) attraverso la costruzione di un ‘cloud europeo’. Con l’avvio delle procedure finalizzate ad appaltare le attività infrastrutturali e quelle relative ai servizi ci si è tuttavia resi conto che, allo stato attuale, il gap tecnologico è incolmabile: le grandi piattaforme statunitensi (quelle cinesi sono estromesse per ragioni geopolitiche del tutto connesse alle argomentazioni proposte sin qui[5]) sembrano essere le uniche in grado di dare concretezza al progetto europeo. Ciò significa che, dato il divario esistente, la dipendenza, tecnologica, economica e geopolitica è destinata ad aumentare.

La guerra in Ucraina ha messo ulteriormente in evidenza il ruolo geopolitico che le grandi piattaforme digitali sono in grado di giocare. In primis, una parte significativa della guerra è combattuta sui social network attraverso i quali viene veicolata la quasi totalità dell’attività propagandistica. Le piattaforme hanno un’autorità totale su questi media potendo stabilire quali informazioni filtrare o quali account oscurare. In secondo luogo, controllando direttamente infrastrutture di rete e servizi ormai di natura essenziale, le piattaforme possono discrezionalmente decidere di supportare una o l’altra parte in conflitto. Nel caso ucraino, le azioni delle grandi piattaforme americane poste in essere per colpire la Russia e i suoi esponenti politici sono state salutate con favore dall’opinione pubblica. Queste stesse azioni, tuttavia, mettono in luce la capacità delle grandi piattaforme di agire ‘come se fossero degli Stati’ pur essendo dei soggetti privati il cui fine ultimo è quello di accumulare profitti e espandere il loro controllo della sfera economica. Una distorsione che è oggetto di scarsa attenzione in questo momento di forte polarizzazione del dibattito ma che potrebbe aprire la strada a sviluppi inquietanti nel prossimo futuro soprattutto nel caso in cui il conflitto latente tra gli Stati Uniti e la Cina dovesse inasprirsi.

Più in generale, quando si assiste a conflitti ‘reali’ come quello che sta producendo morte e distruzione in Ucraina, non dovremmo dimenticare che gli stessi hanno delle radici materiali e che spesso queste sono da cercare nella contrapposizione tra poli economico-tecnologici. Come quelli rappresentati dalle grandi piattaforme statunitensi e cinesi.   

Questo articolo è tratto da una serie di recenti pubblicazioni. Si vedano, tra le altre, Coveri, A., Cozza, C. e Guarascio, D. (2022) ‘Il potere delle grandi piattaforme digitali e il caso Amazon’ Il Menabò di Etica ed Economia e Coveri, A., Cozza, C. e Guarascio, D. (2022) ‘Il Capitale Monopolistico ai tempi delle grandi piattaforme digitali’ Economia e Lavoro, di prossima pubblicazione.

Dario GuarascioSapienza Università di Roma, Dipartimento di Economia e Diritto

NOTE

[1] Cowling, K. (1982). Monopoly capitalism. Macmillan International Higher Education.

[2] Nel dibattito pubblico si fa spesso riferimento alle grandi piattaforme utilizzando il termine ‘Big Tech’. Gli esempi più noti sono quelli di Amazon, Apple, Alphabet, Facebook, nel caso americano, Alibaba, Baidu e Tencent, in quello cinese.

[3] Su questo punto, si veda: O'Mara (2020) The Code. Silicon Valley and the Remaking of America, Penguin.

[4] Su questo punto, si veda: Lundvall, B. Å., & Rikap, C. (2022). China's catching-up in artificial intelligence seen as a co-evolution of corporate and national innovation systems. Research Policy, 51(1), 104395.

[5] Sono proprio i timori di un’indebita appropriazione di informazioni su vasta scala che hanno dato forza alle posizioni contrarie all’ingresso del colosso cinese Huawei nell’ambito delle attività per la realizzazione dell’infrastruttura 5G europea.