È di qualche giorno fa la pubblicazione dell’ultima indagine sul rapporto tra cittadini e Ict dell’Istat. Si tratta dell’appuntamento annuale con il quale l’Istituto nazionale di statistica fotografa lo stato dell’arte del Paese in relazione all’utilizzo della tecnologia negli ambiti di vita quotidiana. Quello che viene fuori, nel 2025, parla di un lento (a tratti lentissimo) movimento, in cui tuttavia alcuni dati meritano attenzione.

Partiamo dalle competenze digitali. Nel complesso, l’Italia sconta ancora un gap di 6,1 punti percentuali dall’Europa. Le persone tra 16 e 74 anni in possesso di competenze digitali almeno di base sono oggi il 54,3%. Questo dato fa registrare un balzo di 8,4 punti percentuali rispetto al 2024. Un incremento quasi doppio rispetto alla media Ue, che tuttavia resta più alta. L’obiettivo comunitario di arrivare all’80% entro il 2030 appare dunque lontano, anche se non irraggiungibile.

Ma è disaggregando questi primi macro dati che la fotografia si fa un po' più nitida, evidenziando quanto il divario generazionale rimanga uno degli ostacoli principali per il pieno raggiungimento degli obiettivi europei: tra i ragazzi di 2024 anni, il 71,7% vanta competenze almeno di base; la percentuale crolla al 49,1% tra i 55-59enni; e precipita al 27,4% nella fascia 65-74 anni.

Divario che persiste anche se guardiamo i dati relativi all’accesso alla rete: se il 98,7% delle famiglie con minori è connesso, tra quelle composte esclusivamente da anziani (65 anni e più) la quota si ferma al 63,9%, nonostante un incremento di 3,3 punti percentuali sul 2024 (lento, lentissimo, ma pur sempre in movimento).

Leggi anche

Tech It Easy

Il caso Booking e come difendersi

Il caso Booking e come difendersi
Il caso Booking e come difendersi

Ad incidere tantissimo sono anche titolo di studio e collocazione geografica. Partendo dal dato legato all’istruzione, vediamo infatti che: l’86,1% delle persone di età compresa tra 25 e 54 anni, con titolo terziario, possiede competenze digitali almeno di base, in linea con la media europea; la percentuale crolla al 33,5% nella stessa fascia di età di coloro che hanno al massimo la licenza media; situazione analoga sulla disponibilità di Internet a casa: il 98,5% delle famiglie con un laureato è connesso, contro il 66,5% di quelle in cui il titolo più alto è la licenza media.

C’è poi l’atavica questione territoriale, in cui il Mezzogiorno continua a scontare un ritardo strutturale. Un ritardo che prescinde persino dalla qualità della diffusione delle infrastrutture digitali. Tra le motivazioni addotte dalle famiglie prive di connessione domestica, la principale rimane infatti l’incapacità di utilizzo (55,3%), confermando il fatto che l’elemento più condizionante continua ad essere quello socio culturale.

Segue la mancanza di interesse o utilità percepita (21,2%). Mentre solo il 15,2% cita l’alto costo degli strumenti e il 10,3% il costo della connettività. Tutto questo fa sì che al Sud le famiglie con accesso a Internet sono circa 5 punti percentuali in meno rispetto al Centro-Nord, con punte minime in Calabria (80,1%) e Sicilia (82,0%).

Idem per le competenze digitali di base: Emilia-Romagna e Provincia autonoma di Trento guidano la classifica con valori intorno al 61%, mentre Campania e Calabria restano sotto il 43%. Piccola eccezione, la Sardegna, che si discosta di poco dalla media nazionale.

Altro dato rilevato è quello relativo all’utilizzo di Spid o Cie per accedere a servizi online della PA o dei gestori dei servizi pubblici (es. servizi sanitari o fiscali) o ai servizi di aziende, imprese o organizzazioni non profit (es. trasporto). In Italia quasi sei persone su dieci ormai utilizzano questi strumenti abitualmente, con un valore di poco superiore alla media Ue (52,3% delle persone tra 16 e 74enni).

Nel 2025 l’indagine ha poi registrato, per la prima volta, i dati legati all’uso di strumenti di intelligenza artificiale generativa (IA) da parte dalla popolazione. Quello che è emerso è sostanzialmente che gli italiani conoscono l’intelligenza artificiale, ma non la usano: “A livello europeo, il 32,7% della popolazione tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato strumenti di AI, mentre in Italia la quota è pari al 19,9%”. Questo risultato colloca il nostro Paese al penultimo posto nella graduatoria europea, subito prima della Romania (17,8%).

Ancora una volta però l’età degli utenti segna una differenza non marginale: l’AI è usata dal 51,2% dei giovani (14 - 19 anni) e dal 43,1% di chi ha tra i 20 ed i 24 anni. Anche il genere incide: l’AI piace ed è utilizzata dal 53,3% delle ragazze, contro il 49,1% dei ragazzi. Inoltre, come per i dati relativi alle competenze digitali di base e l’accesso a internet, anche per l’utilizzo dell’IA la differenza la fa il titolo di studio e il luogo in cui si vive.

Ad avvalersene sono principalmente le persone con titolo di studio elevato e gli abitanti delle regioni del Nord. Tra chi non utilizza l’AI, il 59,9% degli italiani ha dichiarato che il motivo risiede nella mancanza di necessità, seguito dal 21,6% di coloro che dichiarano di non saperla usare. Il 5,5% ha sollevato, invece, preoccupazioni relative alla sicurezza o alla protezione dei dati personali, mentre il 4,8% ha precisato di non essere a conoscenza dell’esistenza di tali strumenti.

Leggi anche

Questi i numeri. Ma nella lenta progressione verso gli obiettivi europei c’è un focus che merita di essere evidenziato, ed è quello legato al rapporto (parzialmente inedito) tra tecnologia e anziani. Sebbene in numeri assoluti questa fascia d’età sembra essere quella tecnologicamente più fragile, ad uno sguardo più attento non sfuggono alcuni elementi tutt’altro che marginali.

Lo studio ci dice che tra il 2024 e il 2025 l’uso della rete è aumentato di oltre 4 punti percentuali nella popolazione over 65 (da 68,1 a 72,5% per la classe di età 65-74 anni, e da 31,4 a 35,7% per gli over 75) e che il 63,9% delle famiglie composte esclusivamente da anziani (65 anni e più) dispone di un accesso a internet da casa. È un “salto” enorme.

Ed è dentro questo dato che si tiene insieme, in un intreccio sempre più stretto, il rapporto tra due grandi transizioni: quella digitale e quella demografica. L’Italia invecchia, ma le persone scelgono di accompagnare questa condizione con strumenti nuovi. L’introduzione della tecnologia nella vita di tutti i giorni sembra infatti essere percepita dalla popolazione più anziana non come qualcosa di alieno, quanto piuttosto come un’opportunità per migliorare l’accesso a servizi e socialità.

Questa percezione viene confermata anche da un altro importante studio, quello dell’Osservatorio Digital Innovation del Polimi, che si concentra proprio su questo specifico target. A delinearsi è l’identikit di una generazione che, a sorpresa, si rivela decisamente a suo agio con l’innovazione. Se aumentano i bisogni per effetto dell’invecchiamento, a una parte di essi il digitale può dunque dare risposte.

L’elenco dei servizi utilizzati è lungo: dalla domotica agli acquisti on line (il 35% fa acquisti online in autonomia e un altro 8% con l’aiuto di familiari o di amici), passando per l’utilizzo ormai consolidato dei social media, utilizzati da sette italiani over 55 su dieci per rimanere in contatto con familiari (magari figli che lavorano lontano) e amici.

Ovviamente non mancano ansie e timori legati alla paura di essere svantaggiati o esclusi da servizi o contesti sociali, se non al passo con l’innovazione; il 72% ha inoltre paura di non essere in grado di distinguere contenuti reali da quelli generati dall’AI, così come il 72% teme che le tecnologie digitali possano generare isolamento sociale. Ma a prevalere rimane comunque l’idea che il digitale rappresenti un’opportunità concreta per supportare la quotidianità e mantenere autonomia, benessere e partecipazione lungo tutta la vita.

In un quadro di lenta (a volte veramente lentissima) trasformazione per l’insieme delle italiane e degli italiani, questo specifico aspetto andava evidenziato. Si tratta ora di capire come accompagnare un utilizzo sempre maggiore di tecnologia con una parallela e costante crescita delle competenze digitali. In quella che viene ormai definita l’era dell’onlife (dove cioè i confini tra dimensione online e offline si dissolvono sempre più), l’accesso all’utilizzo di nuove tecnologie è diventata una questione di cittadinanza, di diritti e di inclusione.

Vale per i più giovani ma, alla luce di questi ultimi dati, vale decisamente anche e soprattutto per i “più grandi” verso i quali è cruciale una formazione costante contro rischi come il phishing e le truffe online.

Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale

Leggi anche