Circola sul web uno spot che meriterebbe un’aula universitaria e un cordone sanitario. Si vede Giorgia Meloni sfoderare il solito impeccabile inglese istituzionale e Matteo Salvini recitare il copione emotivo con chiusura maccheronica-magiara. “Avanti fino alla vittoria”. La domanda resta sospesa: Avanti verso cosa? Vittoria di chi? La risposta arriva rapida. Di Orbán, ovviamente.

Il premier ungherese, professionista del potere concentrato, oggi sente il fiato sul collo. I sondaggi delle imminenti elezioni scricchiolano e l’eternità non è più così eterna. E così parte la chiamata agli amici. A quell’ultradestra globale convocata come ultima linea di difesa. I nostri rispondono subito “presente”, solerti e disciplinati.

Il video sembra un catalogo dei nuovi mostri da tardo regime. Weidel e il neonazismo deodorato, Le Pen e la democrazia a consumo rapido, Abascal e la nostalgia autoritaria, Milei e la motosega di Stato, Netanyahu evocato come garante morale mentre Gaza brucia. Ci fosse stato Jeffrey Dahmer, un endorsement a Viktor l’avrebbe fatto volentieri pure lui.

La nostra premier sorridente parla di valori e sovranità mentre condivide lo schermo con chi flirta con Putin e detesta Bruxelles quando difende diritti. Ambiguità elevata a metodo, prudenza trasformata in calcolo. Salvini invece è più rilassato. Con Orbán e Mosca il linguaggio è comune, la sintonia naturale.

Resta l’immagine dei nostri due leader ridotti a testimonial di un potere straniero in difficoltà. Patrioti a gettone, sovranisti in affitto, comparse di un progetto che chiama ordine ciò che assomiglia a paura. Se questa è la direzione in cui va il mondo, aspettiamo con trepidazione il salvifico meteorite.