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Sea Watch 5 viene liberata dal tribunale di Catania e il decreto Piantedosi inciampa di nuovo nella realtà. Il fermo era già scaduto, ma la sentenza resta come una macchia di sugo sulla tovaglia del Viminale. Salvare diciotto persone diventa un reato creativo, una specie di eccesso di zelo umanitario. Poi arriva un giudice e ricorda che il diritto del mare non si scrive nei comizi.
L’accusa sfiora il teatro dell’assurdo: soccorso senza chiedere permesso ai libici. Proprio a quei libici che intimano di allontanarsi, che puntano i mitra, che secondo vari tribunali non sono autorità legittime di soccorso. Obbedisci e violi la legge internazionale. Disobbedisci e ti multano. Un labirinto normativo dove la colpa è garantita.
Nel frattempo Meloni alza il sopracciglio e parte l’ennesima filippica social contro i magistrati. Ogni sentenza sgradita diventa sabotaggio, ogni risarcimento un attentato alla sovranità. Il lessico è quello della crociata permanente. Le toghe come opposizione surrogata, i giudici come comitato elettorale dell’Altrove.
La coincidenza temporale con il referendum è quantomai diabolica. Si prepara il terreno, si lucida il nemico, si racconta che le aule giudiziarie tramano contro il governo del fare. Così l’attenzione scivola via dalle falle dei decreti e si concentra sul presunto complotto. Tecnica antica: se la norma scricchiola, si colpisce chi la applica.
Intanto nel Mediterraneo si spara davvero e si affoga sul serio. Le navi civili tappano i buchi lasciati dagli Stati e vengono trattate come i pirati dei Caraibi. Ogni volta che un tribunale ristabilisce un principio, parte la sirena dell’assedio. La giustizia diventa colpevole, il soccorso sospetto, la propaganda vittima. E i naufraghi restano comparse utili nella guerra contro le toghe.























