Dopo oltre un secolo di attività, la Tintoria Lomazzi di Tavernola ha fermato i macchinari. La produzione si è interrotta nei primi giorni di febbraio e l’azienda è entrata in liquidazione, una procedura che riguarda una trentina di lavoratori e lavoratrici. A far precipitare la situazione è stato il mancato arrivo di una commessa internazionale considerata strategica per la continuità industriale del sito.

La gestione della fase di dismissione è stata affidata dal Tribunale a un liquidatore incaricato di vendere gli asset e chiudere le attività residue. Sul fronte sindacale il riferimento è Dario Cerliani, segretario provinciale della Filctem Cgil di Como, che descrive un confronto improntato al dialogo. “La proprietà Lomazzi non è più alla guida dell’azienda. Si stanno cedendo i beni e completando le ultime lavorazioni, poi scatterà il licenziamento collettivo” spiega. Resta da chiarire se la procedura sfocerà in una liquidazione giudiziaria, cioè un fallimento, o in una chiusura in bonis.

Una sospensione a tempo indefinito

In attesa delle perizie su impianti e immobili, che serviranno a definire il quadro dei creditori, i dipendenti si trovano in una situazione di sospensione forzata. “Sono a casa retribuiti perché non è stato proclamato lo stato di agitazione. Vengono richiamati solo per completare gli ultimi ordini, mentre per il resto stanno seguendo le procedure legate alla chiusura definitiva” racconta Cerliani.

La gestione degli ammortizzatori sociali rappresenta un caso particolare. La cassa integrazione ordinaria non è stata attivata per la mancanza di lavoro, mentre quella straordinaria è stata esclusa dopo un confronto con gli addetti.

Arretrati, incentivi e uscita dal ciclo produttivo

La scelta di non ricorrere alla cassa integrazione è legata alla presenza di stipendi arretrati. “I lavoratori preferiscono incassare quanto dovuto e potersi poi muovere liberamente per cercare un altro impiego” spiega il sindacalista. Una parte degli addetti ha già trovato una nuova collocazione, mentre per gli altri si stanno discutendo incentivi all’esodo.

Per chi resterà senza lavoro, la prospettiva è l’accesso alla Naspi, il sussidio di disoccupazione che garantirebbe una copertura economica per circa due anni.

La partita delle spettanze

Il confronto con il liquidatore si concentra sulla tutela dei crediti maturati. I dipendenti devono ancora ricevere le mensilità di dicembre e gennaio e la tredicesima. “Abbiamo concordato di pagare prima ciò che non sarebbe garantito in caso di fallimento. Con i primi incassi il liquidatore ha già versato acconti sulla tredicesima” riferisce il dirigente sindacale.

Resta invece aperto il nodo della mensilità di febbraio, che potrebbe essere inserita tra le passività della procedura.

Un caso emblematico per il territorio

La chiusura della Lomazzi evidenzia la fragilità del manifatturiero locale, fortemente dipendente da grandi commesse estere. “L’azienda contava su un ordine importante, ma la commessa non si è concretizzata", conclude Cerliani. L’obiettivo delle prossime settimane è accelerare il confronto per permettere ai trenta addetti di formalizzare l’uscita e accedere alle tutele previste entro la fine del mese.