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La Giornata mondiale della giustizia sociale - coordinata dall’Ilo, l’Agenzia del lavoro dell’Onu - si celebra oggi, 20 febbraio, con un appello rinnovato alla responsabilità globale. In un contesto segnato da disuguaglianze persistenti, transizioni climatiche e digitali e sfiducia nelle istituzioni, le Nazioni Unite rilanciano il tema dell’equità come condizione per la pace e lo sviluppo sostenibile.
I temi della giornata 2026
L’edizione 2026 si muove lungo due direttrici convergenti: da un lato il tema di un “Rinnovato impegno per lo sviluppo e la giustizia sociale”, dall’altro il focus su “Protezione sociale e lavoro decente per tutti”. Al centro c’è l’attuazione della “Dichiarazione di Doha”, adottata al secondo Vertice mondiale per lo sviluppo sociale, che riafferma la lotta alla povertà, l’occupazione e l’inclusione come pilastri interconnessi dello sviluppo.
La dichiarazione chiede politiche macroeconomiche capaci di generare lavoro dignitoso e salari adeguati, sistemi universali di protezione sociale e istituzioni del lavoro più forti. L’obiettivo è accompagnare in modo equo le transizioni verde e digitale, investendo anche nell’economia della cura e promuovendo la parità di genere e l’accesso dei giovani al mercato del lavoro. Il messaggio è chiaro: la crescita economica, da sola, non produce giustizia sociale. Servono politiche coordinate e inclusive che riducano i divari invece di ampliarli.
L’appello di Houngbo: “Servono azioni, non solo impegni”
“Realizzare la giustizia sociale non è un’aspirazione, è una responsabilità”: così il direttore generale dell’Ilo, Gilbert F. Houngbo, che ha lanciato un appello all’azione concreta per costruire “un futuro giusto e inclusivo per tutti”, invitando governi e partner sociali a passare dagli impegni ai fatti.
Houngbo ha sottolineato l’importanza della “Dichiarazione di Doha”. Secondo il direttore generale dell’Ilo, da Doha è arrivato “un messaggio chiaro al mondo: lo sviluppo è sostenibile, inclusivo o resiliente solo quando integra pienamente la sua dimensione sociale. La questione non è più se siamo d’accordo. È se siamo pronti ad agire”.
Tra le priorità indicate, Houngbo ha citato tre ambiti chiave: “Primo, la formalizzazione per sostenere milioni di lavoratori che restano intrappolati nell’occupazione informale. Secondo, i salari dignitosi per garantire che il progresso economico vada a beneficio di tutti. Terzo, l’intelligenza artificiale, per assicurare che l’IA favorisca il progresso sociale sviluppando strumenti e sostenendo l’accesso allo sviluppo delle competenze”.
Cos’è la Giornata mondiale
La Giornata mondiale della giustizia sociale è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2007 per richiamare gli Stati all’impegno contro disoccupazione, povertà ed esclusione. Il principio di fondo è che non può esserci pace senza giustizia sociale, né sviluppo sostenibile senza diritti, opportunità e protezioni per tutti.
Luci e ombre sul lavoro globale
Stando ai dati Ilo, dal 1995 il lavoro minorile tra i 5 e i 14 anni si è dimezzato, la povertà estrema globale è scesa dal 39 al 10 per cento e oltre metà della popolazione mondiale è oggi coperta da qualche forma di protezione sociale. Tuttavia i divari restano profondi: il 58 per cento dei lavoratori nel mondo è ancora impiegato nell’economia informale, il gap di partecipazione al lavoro tra uomini e donne rimane intorno al 24 per cento e la fiducia nelle istituzioni è in calo da decenni.
Nel suo ultimo rapporto sullo stato della giustizia sociale, l’Ilo sottolinea che le disuguaglianze strutturali continuano a frenare i progressi. La sfida è integrare la dimensione sociale in tutte le politiche, dalla finanza al clima, rafforzando il dialogo tra governi, imprese e lavoratori. A quasi vent’anni dalla sua istituzione, la Giornata mondiale della giustizia sociale resta così un banco di prova: trasformare dichiarazioni e impegni in diritti esigibili e opportunità reali per chi oggi è più esposto a povertà e precarietà.
“Serve un piano d’azione per i lavoratori palestinesi”
“Israele viola sistematicamente le norme dell'Organizzazione internazionale del Lavoro e i diritti dei lavoratori palestinesi, e occorre smantellare l'ombrello protettivo di cui gode in quanto Stato al di sopra della legge". Lo ha detto il Consigliere speciale dell'ufficio del direttore generale dell'Ilo, Constas Papadakis, lo scorso 18 febbraio al Cairo per discutere della situazione dei lavoratori palestinesi nei territori occupati. Israele - ha denunciato - "rifiuta di consentire l'accesso delle commissioni d'inchiesta dell'Ilo nei territori palestinesi affinché testimonino in prima persona le tragiche condizioni dei lavoratori palestinesi".
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania - ha spiegato - sono andati persi centinaia di migliaia di posti di lavoro e molte imprese hanno dovuto chiudere a causa della guerra che ha devastato, tra l'altro, il mercato del lavoro palestinese. In proposito Papadakis ha chiesto di istituire "un meccanismo di finanziamento per assistere i lavoratori palestinesi attraverso l'Organizzazione internazionale del lavoro, al fine di accelerare la convocazione di una conferenza internazionale dei donatori". Necessari anche "l'elaborazione di un piano chiaro per rivitalizzare il mercato del lavoro e le sue varie componenti" e "un piano d'azione per migliorare e rendere più eque le condizioni dei lavoratori in Palestina e nei territori arabi occupati".
























