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Dodicimila morti giovani, spesso giovanissimi. Un numero che brucia le dita e chiede di essere pronunciato piano, come una bestemmia in chiesa. Il regime iraniano risponde con la solita aritmetica creativa, riduce, confonde, mescola carnefici e vittime. La matematica crudele serve a rendere accettabile perfino l’orrore, a trasformare il massacro in statistica.
La parola terrorismo torna utile come il sale sulle ferite. Basta pronunciarla e ogni corpo a terra diventa colpevole, ogni sparo un atto di autodifesa. La repressione si veste da ordine pubblico, la paura diventa dottrina di Stato. Intanto le notti restano lì, piene di spari, urla, ospedali saturi e dati medici nascosti come prove di un delitto domestico.
L’Occidente reagisce con frasi solenni e indignazioni a scadenza. Si dice inorridito, profondamente preoccupato, fermamente contrario. Un lessico educato, quasi rassicurante, che scorre parallelo al sangue. Le sanzioni arrivano sempre dopo, come i fiori sul luogo dell’incidente, utili alla coscienza e inutili ai morti.
Nel frattempo internet viene spento, perché il buio aiuta l’oblio. Senza immagini la strage perde peso, senza connessione il dolore resta locale. Il blackout diventa arma politica, censura preventiva del futuro. Chi muore senza video muore due volte, prima nel corpo poi nella memoria globale.
Il popolo iraniano continua però a marciare. Quei ragazzi chiedono libertà mentre il mondo chiede stabilità. Tra le due richieste c’è un abisso morale. Dodicimila volte si è aperto, dodicimila volte lo abbiamo guardato da lontano, prendendo appunti invece che prendere posizione.






















