Nel grande scacchiere mediorientale l’Italia occupa la casella del soprammobile. Mentre i droni disegnano parabole sopra Teheran e Washington affila minacce, Roma consulta l’agenda del galateo internazionale. Si pesa ogni sillaba, si liscia ogni alleato, si coltiva l’arte sopraffina dell’irrilevanza operosa. Una potenza da sagra dell’ovvio con il telecomando scarico.

In questo teatro epico irrompe il nostro ministro degli Esteri, solenne come un vigile urbano davanti all’Apocalisse. In un messaggio all’umanità smarrita, il prode Tajani ha sciolto il nodo gordiano: a Dubai, quando volano i droni, meglio evitare passeggiate. Un faro nel buio della geopolitica, una vetta del pensiero strategico occidentale. Churchill avrebbe preso appunti.

Finalmente una linea chiara. Restare in casa mentre piovono ordigni dal cielo. Senza questo monito, orde di connazionali si sarebbero riversate sul lungomare a salutare i missili come frecce tricolori, ombrellone aperto e mojito in mano, selfie con esplosione sullo sfondo. Il ministero salva vite con la meteorologia bellica.

Intanto il conflitto ridisegna equilibri, mercati, rotte energetiche. L’Italia ridisegna il perimetro del soggiorno. Prudenza domestica elevata a dottrina, diplomazia da pianerottolo, strategia del citofono. Si attende che la Storia bussi, purché tolga le scarpe.

Grazie ministro, per aver protetto la Nazione dall’insidia della passeggiata imprudente. Resta il dubbio che al mondo servano idee, alleanze, iniziativa. Qui invece si distribuiscono ombrelli. E ci si compiace del temporale evitato guardando il cielo dalla finestra. Un Paese al riparo, soprattutto da se stesso.