Dimmi la verità, perché la verità tu non l’hai detta mai. Il mio cuore matto e il cervello in panne lo chiede alla nostra amata premier dopo aver ascoltato le sue mirabolanti acrobazie politiche in conferenza stampa. Un numero da trapezio senza rete, con applausi comandati e dati piegati come cucchiai nella solita minestra riscaldata.

La parola magica è crescita, pronunciata con lo sguardo di chi indica l’orizzonte mentre il treno resta fermo. La manovra promette slancio e consegna stasi, lo dice persino il governo che certifica impatto zero sul Pil. L’Europa guarda e annota lo zero virgola otto, penultima fila, quasi in castigo. La Zes unica diventa un tappeto volante che sorvola il Mezzogiorno e poi risale lo Stivale, turismo istituzionale più che strategia.

Poi arriva l’occupazione, celebrata come un’epifania statistica. Il lavoro cresce perché migra verso il silenzio, decine di migliaia spariscono tra gli inattivi. A lavorare restano i capelli grigi, inchiodati dalla Fornero che doveva sparire come una maledizione medievale. I giovani osservano il rito da lontano, apprendisti di un’attesa infinita.

Sui salari il prestigiatore chiede fiducia nel netto invisibile. L’Istat sbaglia, l’Ufficio parlamentare pure, mentre il carrello della spesa pesa come un macigno morale. Il potere d’acquisto lievita a parole, nei numeri cresce a dieta. Venti miliardi evocati, nove trovati, il resto disperso nella retorica espansiva.

Infine pensioni e casa, dove la bugia smette di sorridere. L’età sale con discrezione ipocrita, le uscite anticipate vengono falciate, le promesse governano solo nei discorsi. La casa popolare resta un mito da convegno, assente nei quartieri e generosa solo con rendite e fondi. Cala il sipario, finisce lo spettacolo. La premier sparisce come la crescita vera. Per rivederla servirà un calendario nuovo. Tra 365 giorni esatti, stessa scena, stesso trucco.