La vertenza Airpack entra nella fase più delicata. Nello stabilimento di Ossago Lodigiano, specializzato nella produzione di imballaggi protettivi in polietilene e polipropilene, quarantuno lavoratori rischiano il posto. L’incontro tra azienda e sindacati si è chiuso senza passi avanti concreti.

La multinazionale belga ha respinto la richiesta principale avanzata dalle organizzazioni sindacali: sospendere la procedura di licenziamento collettivo e attivare dodici mesi di cassa integrazione straordinaria per tentare una soluzione alternativa.

Il confronto in Assolombarda

Il confronto si è svolto nella sede di Assolombarda tra i vertici aziendali e le organizzazioni sindacali Filctem Cgil e Femca Cisl. Dal tavolo, però, non è arrivato alcun segnale di apertura sulla possibilità di utilizzare ammortizzatori sociali per congelare la situazione. L’azienda ha ribadito la volontà di procedere con il piano annunciato nelle scorse settimane, che di fatto porta alla chiusura del sito produttivo e all’uscita di quaranta lavoratori più un dirigente.

Una posizione definita senza appello dai sindacati, che avevano chiesto di guadagnare tempo attraverso la cassa integrazione per valutare eventuali soluzioni industriali o percorsi di reindustrializzazione del sito.

Solo due spiragli sul tavolo

Dal confronto sono emersi solo due margini limitati di trattativa. Il primo riguarda la disponibilità dell’azienda a valutare uno scivolo pensionistico per i lavoratori più vicini alla pensione, con un anticipo compreso tra ventiquattro e trentasei mesi. Una misura che, però, riguarderebbe appena cinque persone su quarantuno e che quindi inciderebbe solo marginalmente sull’impatto complessivo della procedura.

Il secondo spiraglio riguarda l’eventuale arrivo di un compratore. L’azienda ha dichiarato di non opporsi nel caso in cui emergesse un soggetto interessato a rilevare stabilimento e macchinari. Al momento, tuttavia, non risultano manifestazioni di interesse concrete.

Lavoratori nel pieno dell’età lavorativa

La vertenza resta dunque in salita. La procedura di licenziamento collettivo è partita il 16 febbraio e da quel momento è scattato il conto alla rovescia dei settantacinque giorni previsti dalla normativa. Un passaggio che rischia di tradursi nella perdita definitiva dei posti di lavoro.

La situazione è resa ancora più delicata dal profilo anagrafico dei dipendenti coinvolti. Molti lavoratori hanno tra i quarantacinque e i cinquant’anni, una fascia d’età che rende particolarmente difficile il reinserimento nel mercato del lavoro.

Il confronto tra le parti riprenderà il 25 marzo. In quell’occasione i sindacati proveranno a riaprire la trattativa e a strappare nuove soluzioni che possano attenuare l’impatto sociale della chiusura.