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“I centri in Albania funzioneranno! Fun-zio-ne-ran-no! Dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo italiano. Funzioneranno!”, gridava il 15 dicembre 2024 Giorgia Meloni dal palco di Atreju.
Chissà se non ci ha davvero dormito fino al recente intervento alle camere sulla guerra in Medio Oriente, in cui ha continuato a difendere il progetto dei centri per migranti in Albania, e ha ancora attaccato la magistratura, con vista sul referendum sulla giustizia. Fatto sta che nemmeno 24 ore dopo, su questo fronte, gli è caduta in testa l'ennesima tegola che arriva, come sempre, dall'aula di un tribunale.
Legittimità giuridica
Dalle decisioni della Corte d’appello di Roma, infatti, continua a emergere un quadro ben più complesso. E nell'ultimo provvedimento emesso, i giudici romani hanno rimesso in discussione la stessa legittimità giuridica di tutto il protocollo Italia-Albania piegato dal governo al piano B del suo utilizzo, quello cioè che lo considera come un centro per i rimpatri italiano.
Nelle motivazioni relative alla convalida del trattenimento di tre cittadini marocchini trasferiti nel centro di Gjader in attesa di rimpatrio, i magistrati scrivono in modo netto: “Questa Corte d’appello dubita della legittimità della disciplina del protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica”.
Una valutazione che pesa sull’intero impianto dell’accordo e che ora attende una risposta dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, chiamata a pronunciarsi sulla questione, proprio il 23 marzo, quando si inizieranno a scrutinare le schede referendarie sulla riforma Nordio.
Il nodo di Gjader
Il problema principale riguarda l’uso del centro di Gjader come se fosse un centro di permanenza per il rimpatrio italiano. In realtà il territorio resta albanese: all’interno delle strutture di Gjader e Schengjin si applica la giurisdizione italiana, ma non si tratta comunque di territorio dell’Unione europea.
Questo elemento produce un corto circuito giuridico. Molti migranti trasferiti dai Cpr italiani in Albania presentano una nuova domanda di asilo. Ma le norme europee stabiliscono che, durante l’esame della richiesta, il richiedente deve poter rimanere nel territorio di uno Stato membro. L’Albania non fa parte dell’Unione, e di conseguenza il trattenimento non può essere convalidato. Il risultato è paradossale: i migranti vengono riportati in Italia e rimessi in libertà in attesa della decisione sulla loro domanda.
Dubbi già sollevati
Le motivazioni dei giudici insistono proprio su questo punto. Nelle decisioni si legge che “ancora oggi permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva europea, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda”.
Per questo motivo, spiegano i magistrati, la convalida del trattenimento “non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando, questa Corte di Appello, della legittimità della disciplina e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea”.
Dubbi che non sono nuovi. La stessa Corte d’appello li aveva già formulati con decisioni del 24 aprile 2025 e del 19 maggio 2025, segnalando da tempo la possibile incompatibilità del sistema con il diritto europeo.
Rimpatri minimi, effetti opposti
Al di là delle questioni giuridiche, i risultati concreti dell’operazione restano limitati. I migranti effettivamente rimpatriati dai centri albanesi sono poche decine e riguardano quasi esclusivamente persone che non avevano presentato o reiterato domanda di asilo e per le quali i Paesi d’origine avevano già accettato il rimpatrio.
Nella maggior parte dei casi, inoltre, i rimpatri sono avvenuti solo dopo il ritorno in Italia: i migranti sono stati prima riportati nei Cpr italiani e solo successivamente rimpatriati da lì. Solo in un caso il volo è partito direttamente da Tirana. Un dato che alimenta le critiche di chi, come il Tavolo asilo e immigrazione, considera il progetto più una operazione di propaganda che uno strumento realmente efficace di gestione delle espulsioni.
In attesa del giudizio europeo
Il quadro potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Il nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione e la nuova direttiva rimpatri entreranno in vigore a fine giugno, ridefinendo parte delle regole. Ma prima ancora sarà decisivo il verdetto della Corte di giustizia europea. Da quella pronuncia dipenderà non solo il destino del centro di Gjader, ma la tenuta complessiva di un accordo che il governo ha presentato come un modello per l’Europa e che continua a mostrare crepe sempre più evidenti.
































