“Le scuole devono servire a sviluppare lo spirito critico e non a indottrinare i nostri studenti, perché oltretutto non dimentichiamoci mai che le scuole sono pagate dai cittadini. Non sono pagate dalla Cgil, non sono pagate dal Pd, non sono pagate dalla Lega, non sono pagate da nessun partito politico, sono pagate dai cittadini. E quindi è giusto che le scuole insegnino la libertà, lo spirito critico, il pluralismo e mai la faziosità e l’indottrinamento”. Il ministro Valditara, ormai è chiaro, non resiste al pathos della ribalta.

Questa volta il palcoscenico è stato offerto da Didacta - la fiera annuale dedicata all’innovazione didattica e all’istruzione scolastica che si svolge a Firenze - e le esternalizzazioni sono sempre sulla stessa falsariga. Questa è stata pronunciata ieri (11 marzo) ed era inserita all’interno di un ragionamento sull’opportunità o meno di parlare a scuola del referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo.

Per il ministro si può fare, al patto di seguire una sorta di par condicio. Altro tema caro: di qualsiasi cosa si discuta serve un contraddittorio, ma si tratta ovviamente terreno scivoloso rispetto alla libertà d’insegnamento sancita dalla nostra Costituzione.

Dura la presa di posizione della Flc Cgil (presente con una fitta serie di appuntamenti a Didacta), che ricorda al ministro come “la scuola della Repubblica non è e non è mai stata il luogo della propaganda politica. È invece il luogo in cui si costruiscono conoscenza, consapevolezza e spirito critico. Parlare di referendum, di democrazia, di diritti non è indottrinamento: è fare scuola, è educazione alla cittadinanza, è formazione di cittadini liberi e consapevoli”.

Per questo, continua la nota, queste dichiarazioni “rappresentano l’ennesimo tentativo di delegittimare il lavoro di chi ogni giorno garantisce il funzionamento della scuola pubblica”.

D’altra parte l’affermazione secondo la quale nelle scuole ci sarebbe un rischio di indottrinamento, non solo alimenta un clima di sospetto verso la scuola pubblica ma significa “mettere sotto accusa migliaia di docenti e operatori dell’istruzione che svolgono il proprio lavoro con professionalità, responsabilità e nel pieno rispetto della Costituzione”.

Il tutto, non può non richiamare alla mente noti casi di cronaca di cui si è parlato nelle scorse settimane. Il riferimento è innanzitutto alla mozione presentata lo scorso febbraio a Bagni a Ripoli da tre consiglieri comunale di Fdi secondo la quale al nome della scuola si sarebbero dovuto aggiungere diciture come “antifascista”, “antiamericana”, “antisionista”, “anticattolica”, “ideologicamente comunista”.

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Una vera e propria schedatura, insomma, così come la campagna lanciata a fine gennaio dai giovani di Azione Studentesca (associazione vicina a Fdi) che invitava studenti e studentesse a compilare tramite Qr code un questionario in cui segnalare “insegnanti di sinistra” che “fanno propaganda”.

Per la Flc Cgil “è preoccupante che da mesi si continui a descrivere la scuola come un luogo da sorvegliare o da ‘correggere’, quando avrebbe bisogno di ben altre risposte: investimenti, valorizzazione del lavoro, stabilità degli organici, rispetto per le professionalità che la fanno vivere ogni giorno”.

Per questo, conclude il comunicato, “respingiamo con forza le dichiarazioni del ministro. La scuola pubblica e chi ci lavora non hanno bisogno di lezioni di pluralismo, ma di fiducia, rispetto e politiche che ne rafforzino il ruolo democratico e costituzionale”.