1980 - I 35 giorni giorni alla Fiat e la marcia dei 40.000
La mattina del 14 ottobre 1980 Torino si sveglia attraversata da un corteo insolito. Non ci sono le bandiere rosse delle grandi manifestazioni operaie degli anni Settanta, né i megafoni dei delegati di fabbrica. In via Roma sfilano migliaia di impiegati, capi reparto e quadri della Fiat. Camminano ordinati, molti in giacca e cravatta, dietro cartelli che chiedono di tornare al lavoro dopo 35 giorni di scioperi e picchetti davanti ai cancelli di Mirafiori. Quella manifestazione passerà alla storia come la “marcia dei quarantamila”, anche se i numeri reali non furono mai chiariti davvero. Per capire quel giorno bisogna tornare alla fine degli anni Settanta, a un’Italia schiacciata dalla crisi energetica, dall’inflazione e dalla recessione. La Fiat attraversava una fase durissima. Nel maggio del 1980 l’azienda propose la cassa integrazione per 78 mila operai. Pochi mesi dopo annunciò un nuovo piano: 24 mila lavoratori sospesi per 18 mesi. Nel frattempo ai vertici del gruppo era emersa la linea dura di Cesare Romiti. Dopo le dimissioni di Umberto Agnelli, il manager divenne il volto di una strategia che puntava a ridimensionare il peso del sindacato dentro la fabbrica. Il clima era già tesissimo dopo il licenziamento, nel 1979, di 61 operai accusati di vicinanza al terrorismo. L’11 settembre la Fiat annuncia quasi 14.500 licenziamenti. La risposta è immediata: sciopero, blocco dei cancelli e picchetti permanenti. Il conflitto diventa nazionale. Enrico Berlinguer raggiunge Torino e parla agli operai davanti a Mirafiori, garantendo il sostegno del PCI alla mobilitazione. Ma il braccio di ferro si trascina per settimane. Il 30 settembre partono le lettere di cassa integrazione per oltre 22 mila lavoratori. In quei giorni, durante un picchetto, il capo reparto Vincenzo Bonsignore muore d’infarto mentre tenta di entrare in fabbrica. La tensione continua a crescere. È in questo contesto che il 14 ottobre un gruppo di quadri e impiegati, guidato informalmente dal caporeparto Luigi Arisio, decide di scendere in strada, seguito da una folla enorme, compresa tra i 12mila e i 40mila lavoratori, che chiede di tornare al lavoro. La marcia cambia il clima della vertenza. Per la prima volta apparve evidente una frattura dentro il mondo del lavoro: da una parte le tute blu della catena di montaggio, dall’altra i colletti bianchi dell’azienda. Tre giorni dopo arriva l’accordo. La Fiat ritira i licenziamenti, ma mantiene la cassa integrazione per 22mila operai. E’una svolta nelle relazioni industriali italiane. Negli anni successivi Torino non avrebbe più visto mobilitazioni sindacali paragonabili a quelle dell’autunno del 1980. Eppure, quando la Fiat annuncia nuovi tagli nel 1994, operai, impiegati e cittadini tornano insieme in piazza. Tra i lavoratori colpiti ci sono anche i figli di Luigi Arisio. Un segno di come la crisi industriale, prima o poi, finisca per colpire tutti.
1981 - La solidarietà a Solidarność e i rapporti in Europa
È l’autunno 1981 e la Cgil partecipa al primo congresso di Solidarność, il primo sindacato indipendente nel blocco comunista, che era stato fondato in Polonia. La Cgil in quegli anni coltivava legami diretti con i lavoratori polacchi, ad esempio nella fabbrica Fso di Varsavia, legata alla Fiat. Questo tipo di "sindacalismo operaio" andava oltre la tradizionale diplomazia sindacale. Un momento chiave nel sindacalismo europeo, che nel 1973 aveva visto la nascita della Confederazione europea dei sindacati, diventata principale interlocutrice delle istituzioni europee in materia di rappresentanza dei lavoratori a livello comunitario. La Cgil aderisce alla confederazione europea nel 1974, che sancisce il definitivo allontanamento della Federazione sindacale mondiale, espressione del blocco sovietico. Un allontanamento che è iniziato vent’anni prima. Infatti, già Giuseppe Di Vittorio – nettamente più critico verso i vertici sovietici di quanto non fosse il segretario del PCI Palmiro Togliatti – nel 1956 condanna l’intervento sovietico in Ungheria, sottolineando che la strada dell’autonomia e dell’unità sindacale a tutti i livelli dovesse trovare una piena espressione. Un'indicazione che riemerse al congresso di Mosca e poi durante i fatti di Praga. Il 21 agosto 1968 scatta l’invasione e nello stesso giorno, dopo una rapida consultazione, la Cgil si dichiara “nettamente contraria all’intervento delle forze armate del Patto di Varsavia nella Repubblica socialista cecoslovacca”, sottolineando come fosse necessario “seguire fedelmente la linea di solidarietà internazionale, di difesa della pace e dell’indipendenza dei popoli”, auspicando che la situazione potesse “trovare una soluzione nel pieno rispetto dell’autonomia del popolo cecoslovacco”. Due episodi che mostrano come il più grande sindacato italiano avesse con gli anni maturato una critica radicale dell’approccio autoritario caratterizzante le diverse istituzioni politiche e sociali del blocco sovietico: una critica le cui principali ricadute politiche saranno dapprima l’ingresso nella CES e successivamente il supporto a Solidarność nell’ambito di quella dinamica conflittuale che avrebbe provocato la proclamazione della legge marziale in Polonia e l’arresto dei suoi gruppi dirigenti. Ma anche dopo la reazione del regime polacco la Cgil, unitamente a Cisl e Uil, reagì con fermezza, organizzando manifestazioni di protesta e inviando aiuti umanitari ai lavoratori polacchi. L'esperienza di Solidarność ha rappresentato per il sindacalismo europeo, inclusa la Cgil, un banco di prova fondamentale per il riconoscimento del pluralismo sindacale nei paesi dell'Est Europa.
1982 - Una politica economica per l'occupazione
Il 26 marzo 1982 occupa un posto particolare nel racconto della storia sindacale italiana. Quel giorno la FLM, la Federazione unitaria dei metalmeccanici nata dall’incontro tra Fiom, Fim e Uilm, chiamò a Roma migliaia di lavoratori per una grande manifestazione nazionale. Al centro non vi era soltanto una vertenza di categoria, ma una questione più generale: quale politica economica dovesse darsi il Paese per difendere l’occupazione e rilanciare lo sviluppo. Per comprendere quella mobilitazione bisogna collocarla nel clima dei primi anni Ottanta. L’Italia usciva dal decennio delle grandi conquiste operaie, ma entrava in una fase nuova e più difficile. La crisi petrolifera, l’inflazione, la competizione internazionale e le ristrutturazioni industriali mettevano sotto pressione il sistema produttivo. Le grandi fabbriche metalmeccaniche, che negli anni Sessanta e Settanta erano state il cuore del conflitto sociale e della modernizzazione del Paese, diventavano ora il luogo in cui si manifestavano licenziamenti, cassa integrazione, riduzione degli investimenti e incertezza sul futuro. I metalmeccanici non chiedevano solo la tutela del salario o il blocco dei licenziamenti. Chiedevano una politica industriale, investimenti, programmazione, intervento pubblico, qualificazione produttiva. In quella piazza si esprimeva anche una critica severa al governo e alla Confindustria. Secondo il sindacato, le scelte pubbliche apparivano troppo disponibili verso le richieste del padronato e troppo chiuse di fronte alle rivendicazioni dei lavoratori. La Fiom sottolineò che la riuscita della manifestazione testimoniava la volontà dei metalmeccanici di lottare “per un nuovo sviluppo economico e sociale del paese” e per riaffermare il valore della propria pratica negoziale. Il 1982 era anche un anno di tensioni dentro il movimento sindacale. L’unità tra Cgil, Cisl e Uil, costruita faticosamente negli anni Settanta, cominciava a mostrare crepe sempre più evidenti. Le diverse valutazioni sulla politica dei redditi, sul costo del lavoro e sul rapporto con il governo rendevano più complessa l’azione comune. Anche per questo la manifestazione della FLM ebbe un significato politico rilevante: mostrava che, almeno tra i metalmeccanici, rimaneva forte l’idea di un sindacato capace di parlare all’intero Paese e non solo alla propria categoria. Per i lavoratori, il 26 marzo 1982 significò soprattutto la rivendicazione di un ruolo nella scelta del futuro produttivo del Paese. La fabbrica non era più soltanto il luogo del contratto e del salario, ma il punto da cui interrogare l’intero modello di sviluppo italiano. Fu una delle ultime grandi espressioni della stagione unitaria dei metalmeccanici, prima che gli anni Ottanta aprissero una fase più frammentata e difensiva per il movimento sindacale.
1983 - Il decreto di San Valentino e la fine dell’unità sindacale
Gennaio 1983 è l’inizio di svolta nella storia delle relazioni industriali italiane. Il cosiddetto “Lodo Scotti” e il successivo decreto di San Valentino rappresentano due passaggi decisivi della lunga stagione di confronto tra governo, sindacati e imprese sul tema del costo del lavoro e della lotta all’inflazione. Per comprendere il significato di questi eventi occorre partire dal contesto economico dell’epoca. All’inizio degli anni Ottanta l’Italia è ancora attraversata dalle conseguenze della crisi petrolifera del decennio precedente. L’inflazione rimane altissima, mentre il debito pubblico cresce rapidamente. In questo quadro, il tema centrale del confronto politico e sindacale diventa la scala mobile, il meccanismo che adegua automaticamente i salari all’aumento del costo della vita attraverso i cosiddetti “punti di contingenza”. In questo clima nel gennaio 1983 il ministro del Lavoro Vincenzo Scotti promosse un accordo tra governo, organizzazioni imprenditoriali e sindacati. L’intesa rappresenta un tentativo di mediazione: da un lato si riconosce il valore della concertazione tra le parti sociali; dall’altro si introducono misure di contenimento salariale per frenare l’inflazione. La Cgil partecipa al confronto con molte cautele. Luciano Lama è consapevole della gravità della situazione economica, ma teme che intervenire sulla scala mobile significhi scaricare sui lavoratori il peso della crisi. Il Lodo Scotti non risolve tuttavia le tensioni. Nel corso del 1983 e nei primi mesi del 1984 il governo guidato da Bettino Craxi decide di accelerare. Il 14 febbraio 1984 viene approvato il cosiddetto “decreto di San Valentino”, che taglia quattro punti di contingenza della scala mobile. Si trattava di un intervento diretto e unilaterale sul salario, sostenuto da Confindustria e appoggiato da Cisl e Uil, ma contrastato duramente dalla Cgil e dal Partito Comunista Italiano. Quel decreto segna una rottura storica. Per la prima volta dopo molti anni, il fronte sindacale si divide apertamente su una questione centrale della politica salariale. La Cgil interpreta il provvedimento come un attacco all’autonomia contrattuale del sindacato e al principio della tutela automatica dei salari. Dal punto di vista storico, il Lodo Scotti e il decreto di San Valentino rappresentano dunque il passaggio tra due epoche: dalla grande espansione dei diritti salariali e contrattuali degli anni Settanta si entra in una fase diversa, propriamente neoliberista, nel quale le ristrutturazioni produttive e la lotta all’inflazione vengono condotte assumendo il salario come la variabile principale su cui intervenire. Secondo una logica fortemente padronale, le retribuzioni divengono l’unica valvola di sfogo di un apparato produttivo in sofferenza. Per i lavoratori italiani, essi segnarono l’inizio di una stagione più complessa e difensiva, nella quale il sindacato dovette ridefinire profondamente strategie, obiettivi e forme della rappresentanza sociale.
1984 - Berlinguer e la Cgil
Addio: è questo lo storico titolo de l’Unità del 13 giugno 1984, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer. Un addio che vede più di un milione di militanti comunisti e della Cgil partecipare a quello che è stato uno dei momenti più iconici della storia politica italiana. Il suo malore al comizio in piazza della frutta, a Padova, la sua ostinata resistenza nel concludere quel discorso e la famosa frase: “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda!” hanno dimostrato il suo attaccamento al partito e ai valori che esso rappresenta. L’integrità morale di Enrico Berlinguer e la sua saggezza politica hanno reso il segretario del Partito comunista italiano un’icona, rispettato sia dagli alleati che dagli avversari politici. La sua storia si intreccia a doppio filo con quella della Cgil, e soprattutto con la storia del segretario Luciano Lama. Le carriere di Berlinguer e Lama, quasi coetanei, hanno vissuto spesso in parallelo. Gli anni ‘70 li hanno visti protagonisti della svolta progressista rappresentata dalla stagione riformatrice, in cui PCI e Cgil hanno garantito il funzionamento delle istituzioni e anche il diffondersi di una nuova fase di diritti in Italia. Il ricordo di Lama è quello di un compagno con cui, in alcune occasioni, ci sono state divergenze di vedute, ma sempre a partire da una profonda considerazione dei rispettivi ruoli: “Non considerava l'autonomia del sindacato come una specie di pretesa. La considerava come una condizione necessaria non solo per il sindacato ma anche per la politica, per la democrazia politica. Berlinguer era convinto che anche la democrazia italiana si fonda certo sui partiti, sulle istituzioni, ma anche sugli aggregati sociali, a cominciare dal sindacato. Riteneva quindi che l'autonomia del sindacato fosse una qualità di cui il sindacato doveva essere fornito e che doveva essere riconosciuta; ma nel contempo, ripeto, così come credeva che il sindacato non dovesse occuparsi solo dei contratti, riteneva che il partito non dovesse occuparsi solo delle elezioni o del funzionamento del Parlamento. In definitiva su casi concreti c’è stata dialettica, una diversità che lui non considerava scandalosa, anche se non desiderabile, io stesso non ho mai considerato desiderabili le diversificazioni dal partito. Al contrario credo sia desiderabile sostenersi a vicenda e in molti casi è stato proprio così. Ma quando si manifestavano le differenze Berlinguer le affrontava sostenendo con forza le proprie posizioni, le proprie idee”. Il 13 giugno 1984 rappresenta un momento di passaggio tra due epoche, da quel giorno molto cambierà all’interno della sinistra italiana, sia politica che sindacale. Ma le immagini di quella folla, che ha voluto accompagnare il segretario più amato nel suo ultimo viaggio, rimarranno scolpite nella memoria di chi le ha vissute e delle generazioni a venire.
1985 - Il referendum sulla scala mobile
È il 10 giugno 1985 quando dopo due giorni di votazioni si contano i voti sul referendum contro il taglio della scala mobile. Sono quasi 35 milioni coloro che si sono recati alle urne, pari al 77,85% degli aventi diritto. L’Italia si divide, il referendum promosso dal Partito comunista e dalla Cgil non passa, i sì si fermano al 45,68%. E’ uno dei passaggi più drammatici e decisivi nella storia del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra. Le origini dello scontro risalgono al decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984, con cui il governo guidato da Bettino Craxi interviene sulla scala mobile, tagliando quattro punti di contingenza. La scala mobile era il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione e rappresentava, per milioni di lavoratori, una delle principali conquiste sindacali del dopoguerra. Luciano Lama e gran parte del gruppo dirigente confederale considerano il taglio della scala mobile un atto grave, sia nel merito sia nel metodo: il governo interviene unilateralmente su una materia tradizionalmente affidata alla contrattazione tra le parti sociali. La divisione non attraversa soltanto il rapporto tra le confederazioni, ma investe profondamente la stessa Cgil. All’interno del sindacato socialcomunista convivono infatti sensibilità diverse. Una parte del gruppo dirigente, pur critica verso il decreto, è consapevole della necessità di affrontare il problema dell’inflazione e di ripensare alcuni meccanismi salariali costruiti negli anni Settanta. Un’altra componente ritiene invece che qualsiasi riduzione della scala mobile rappresenti una resa politica e sociale, destinata a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori. Anche nei luoghi di lavoro il confronto è acceso. Nelle fabbriche, negli uffici e nelle assemblee sindacali si discute non soltanto di salario, ma del futuro stesso del sindacato. Le conseguenze della vittoria del No sono profonde. Innanzitutto si consolida la rottura dell’unità sindacale. La stagione della Federazione Cgil-Cisl-Uil, costruita negli anni delle grandi lotte operaie, viene definitivamente indebolita. La sconfitta referendaria segna anche un cambiamento culturale nel rapporto tra sindacato e società. Gli anni Ottanta vedono affermarsi un clima politico diverso rispetto al decennio precedente: maggiore attenzione alla competitività delle imprese, alla riduzione dell’inflazione e alla compatibilità economica delle rivendicazioni sociali. Per la Cgil fu l’inizio di una riflessione profonda sulla propria identità e sulle proprie strategie. Negli anni successivi si sarebbe così aperta la stagione della concertazione, culminata nei grandi accordi dei primi anni Novanta.
1986 - La successione a Lama: Antonio Pizzinato
E’ il 28 febbraio 1986 e nella prima giornata dell’undicesimo Congresso della Cgil, a Roma, Luciano Lama lascia la guida della Confederazione. La sconfitta referendaria sulla scala mobile è decisiva: i tempi sono cambiati e anche la Cgil ha bisogno di qualcosa di diverso. A prendere il posto di Lama è Antonio Pizzinato, nato a Fiaschetti di Caneva nel 1932, emigra a Sesto San Giovanni nel dopoguerra e lavora come operaio metalmeccanico alla Breda. Pizzinato incarna una delle figure più autenticamente legate alla tradizione del movimento operaio italiano. La sua formazione sindacale si sviluppa nelle fabbriche e nelle lotte degli anni Cinquanta e Sessanta, fino a diventare uno dei dirigenti più autorevoli della Fiom e successivamente della Cgil. La sua storia personale racconta l’ascesa di una generazione di sindacalisti cresciuti direttamente nei luoghi di lavoro e profondamente radicati nella cultura della rappresentanza collettiva. Quando assume la guida della Confederazione, il sindacato si trova di fronte a sfide inedite. La sconfitta nel referendum sulla scala mobile del 1985 ha lasciato ferite profonde. La rottura con Cisl e Uil ha indebolito l’unità sindacale costruita negli anni Settanta, mentre il mondo del lavoro è in rapida evoluzione. Le grandi concentrazioni operaie perdono centralità, aumentano i processi di ristrutturazione industriale e cominciano ad emergere nuove forme di occupazione meno tutelate e più frammentate. La segreteria di Pizzinato si contraddistingue per la ricerca di una nuova strategia sindacale capace di tenere insieme la difesa dei diritti acquisiti e la comprensione delle trasformazioni in corso. Il suo obiettivo principale è quello di ricostruire un dialogo unitario con le altre organizzazioni sindacali, nella convinzione che la divisione avesse indebolito la capacità di rappresentanza dell’intero movimento dei lavoratori. In questo senso, la sua leadership si distingue per uno stile meno conflittuale e più orientato alla mediazione rispetto alla fase precedente. La segreteria di Pizzinato dura solo 2 anni, nel 1988 lascia la guida della Cgil a Bruno Trentin. Il passaggio avviene in un clima di continuità ma anche di rinnovamento. Se la segreteria di Lama ha rappresentato il sindacato protagonista delle grandi battaglie degli anni Settanta e quella di Trentin avrebbe accompagnato la Confederazione nella stagione della concertazione e delle profonde riforme degli anni Novanta, la leadership di Pizzinato svolge una funzione di raccordo tra queste due epoche.
1987 - I morti di Mecnavi e le lotte della Flm
È il 1987 quando l’Italia viene scossa da una delle più gravi tragedie del lavoro del dopoguerra. Nel porto di Ravenna, tredici operai della Mecnavi muoiono asfissiati nella stiva della nave gasiera Elisabetta Montanari. Molti lavoravano in nero, alcuni erano al primo giorno di lavoro, quasi tutti erano impiegati in condizioni di estrema precarietà. La strage si colloca al culmine di una nuova sensibilità rispetto a salute e sicurezza, costruita in oltre un decennio di lotte. Per comprenderla bisogna tornare agli anni Settanta, tra il 1969 e il 1973, quando prese forma una delle più importanti esperienze del sindacalismo italiano. A guidarla fu soprattutto la Federazione lavoratori metalmeccanici, la Flm, nata dall’unità di Fiom, Fim e Uilm. Nelle fabbriche la battaglia per la salute divenne parte integrante della contrattazione. Fu la stessa stagione che portò alle grandi conquiste del contratto dei metalmeccanici del 1969: aumenti di stipendio uguali per tutti, superando il sistema delle gabbie salariali e ottenendo la riduzione dell’orario a 40 ore settimanali e l’affermazione di nuovi diritti dentro e fuori la fabbrica. Nacquero i Consigli di fabbrica, che sostituirono le vecchie Commissioni interne e consentirono ai lavoratori di eleggere direttamente i propri delegati di reparto. Si affermarono inoltre il diritto allo studio, con le 150 ore retribuite per la formazione, e le prime tutele contrattuali dedicate alla salute e all’integrità psicofisica delle lavoratrici e dei lavoratori. Attorno alla Flm si sviluppò il cosiddetto “movimento per l’ambiente”. Il lavoro svolto dal consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza e dalla figura di Giulio Maccacaro sono da questo punto di vista pioneristici: si afferma cioè un metodo innovativo, detto il “modello operaio”, fondato sulla partecipazione diretta dei lavoratori e che vede delegati, medici del lavoro e tecnici diventare protagonisti dell’individuazione dei rischi, della mappatura delle nocività, della definizione delle soluzioni da rivendicare. Non si chiedevano salari più alti per lavori pericolosi, ma di eliminare le cause del rischio, in linea con lo slogan “La salute non si vende”. Da un approccio compensativo e risarcitorio, si passa a un approccio centrato sulla prevenzione e sulla tutela del lavoratore e della sua integrità psico-fisica. Quella stagione segnò profondamente la cultura sindacale italiana. Eppure le tragedie successive dimostrarono che nessuna conquista è irreversibile. La strage della Mecnavi del 1987 ricordò al Paese che precarietà, appalti incontrollati e indebolimento delle tutele possono riportare il lavoro a condizioni che il movimento sindacale aveva già combattuto negli anni Settanta.
1988 - Bruno Trentin e la “strategia dei diritti”
È il 1988 quando Bruno Trentin assume la guida della Cgil in una fase di profondi cambiamenti. Il sindacato arriva agli anni finali della Guerra fredda dopo le sconfitte e le trasformazioni degli anni Ottanta, mentre il lavoro si frammenta, l’industria cambia volto e si affacciano nuove forme di precarietà. Nel suo primo intervento da segretario generale, Trentin parla della necessità di ricostruire un’identità sindacale chiara e di aprire una nuova stagione di elaborazione e confronto. È l’inizio di un percorso destinato a orientare strutturalmente la storia della Confederazione. La tappa decisiva arriva nell’aprile del 1989, alla Conferenza programmatica di Chianciano. Qui prende forma quella che verrà ricordata come la “strategia dei diritti”. Trentin propone un cambio di prospettiva: il sindacato non può più partire soltanto dalla categoria o dalla classe sociale, ma dalla persona che lavora, con la sua esperienza concreta, i suoi bisogni e le sue aspirazioni. Al centro non ci sono più solo salario e occupazione, ma l’insieme dei diritti che accompagnano il lavoro e la cittadinanza: nei fatti, lo sviluppo e la sistematizzazione dell’approccio inaugurato dal sindacato dei consigli, fondato sull’idea che i consigli di fabbrica avessero voce in capitolo sull’organizzazione del lavoro e sulla politica aziendale degli investimenti. È una visione che allarga il campo dell’azione sindacale e che consacra e ufficializza a livello di strategia generale quei temi che dagli anni ’60 in poi avevano sancito l’originalità della Cgil e della sua azione rivendicativa e contrattuale a livello internazionale: la qualità del lavoro, la formazione permanente, la tutela dell’ambiente, la democratizzazione dell’impresa, il governo delle trasformazioni tecnologiche e la riforma dello Stato sociale. Il sindacato viene immaginato come un soggetto capace di rappresentare interessi collettivi ma anche di promuovere diritti universali, diventando uno dei protagonisti della società civile organizzata. Da Chianciano prende avvio un processo di autoriforma che proseguirà negli anni successivi. Sul piano organizzativo si supera il sistema delle componenti interne legate ai partiti politici, rafforzando l’autonomia della Confederazione. Sul piano contrattuale la Cgil sceglie di confrontarsi con le grandi sfide del Paese, contribuendo alla definizione del nuovo modello di relazioni industriali che sfocerà nell’accordo del luglio 1993, fondamentale per la politica dei redditi e per il percorso che porterà l’Italia nell’Unione europea. Quando lascia la guida della Cgil nel 1994, Trentin consegna un’organizzazione profondamente rinnovata. La sua eredità non è soltanto una riforma del sindacato, ma un’idea che continua a parlare al presente: i diritti non sono un capitolo separato, non sono un derivato del benessere economico, quanto il prerequisito e la precondizione per conquistare questo benessere. Come affermerà dialogando con Bruno Ugolini, giornalista dell’Unità: “Senza il riconoscimento di diritti e libertà, non si può avere nemmeno la pancia piena”.






















