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Molti di coloro che non erano a Genova in quei giorni, dal 19 al 22 luglio del 2001, in questi 25 anni hanno spesso parlato senza sapere, senza conoscere quanto accaduto davvero. O meglio: malgrado immagini, documenti, inchieste, testimonianze inequivocabili, hanno fatto finta di non sapere, di non vedere, pur continuando a criticare, a giudicare, le azioni e le sorti di una generazione spazzata via politicamente e socialmente dalla più grande sospensione dello stato di diritto mai avvenuta in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi.
Ora, dopo 25 anni, possiamo affermare che quella generazione aveva perfettamente individuato le cause di una crisi globale dentro cui ci troviamo immersi oggi, soffocati quasi senza accorgersene, e senza concrete alternative di cambiamento all’orizzonte. Nel suo ultimo libro, dal titolo Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (Tab editore, pp. 123, euro 13) Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa Social Forum, ripercorre i momenti più drammatici di quelle giornate: le tante violenze perpetrate nei confronti dei manifestanti, la morte di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” nelle incursioni alla Diaz e nel carcere di Bolzaneto; i black bloc fuori e dentro le caserme, a seminare panico ovunque, ovunque indisturbati. Pagine in cui si cerca anche di individuare a che punto siamo arrivati ora, e dove andremo a finire nel futuro più prossimo.
Vittorio Agnoletto, il G8 di Genova dopo 25 anni. Che effetto fa?
Per me parlare di Genova dopo 25 anni è sempre faticoso, si riaprono delle ferite, riemerge grande sofferenza. Contemporaneamente è qualcosa che torna a darmi coraggio e speranza, perché mi dico che se allora siamo riusciti a mettere insieme 1197 realtà diverse, di cui 900 italiane, nel Genoa Social Forum, nella dichiarazione comune della Carta di Genova, vuol dire che si può fare ancora oggi, e domani. D’altra parte l’avversario è sempre lo stesso, il neoliberismo capitalista, e i grandi fondi finanziari. Una situazione peggiorata in questi anni, come al tempo avevamo previsto: siamo al punto che l’8% delle persone hanno in mano l’80% della ricchezza dell’intera umanità, mentre il 40 % della popolazione mondiale è sotto al 3%. Il che dimostra che ci troviamo di fronte a ingiustizie inaccettabili.
Nel libro viene affermato che quanto accaduto in quei giorni ha spazzato via un’intera generazione dal punto di vista sociale e politico: dopo le grandi manifestazioni di Firenze (ESF, novembre 2002) e Roma (marzo 2003) contro la guerra in Iraq (tre milioni di persone in corteo), si è progressivamente perduto quello spirito costruito negli anni, da Seattle a Porto Alegre…
Sicuramente quanto avvenuto a Genova è stato un trauma per un’intera generazione, che di colpo ha scoperto che quello Stato a cui è affidata la difesa dei cittadini e la tutela dei loro diritti era diventato carnefice. Una caduta di fiducia enorme, e nel rielaborare quel trauma interiore molti si sono ritrovati da soli. Oggi la nuova generazione che si presenta sulla scena, dalle manifestazioni per la Palestina al voto all’ultimo referendum, non ha l’esperienza di Genova sulle spalle, e quindi è più libera di tornare a sognare, e di costruire concretamente un mondo diverso.
In che modo?
Penso che per loro siano necessarie due cose: avere un’utopia, dall’etimo greco, nel suo più profondo significato, un luogo da raggiungere e verso il quale stiamo andando, che spinga i giovani all’azione. Dall’altra parte, che attraverso tali scelte possano contare davvero, senza sentirsi uno scarto della storia. Chi non è più giovane ne deve tenere conto, e saranno i giovani a individuare il percorso; noi dobbiamo aiutarli per far sì che possano trovare lo spazio per contare. Da qui l’importanza di costruire luoghi pubblici, secondo una logica glocal, territoriale, come il bilancio partecipativo, con un 10% scelto dai cittadini per un intreccio virtuoso tra democrazia diretta e democrazia delegata, anche per controllare i delegati. Se il 50% dei cittadini non va a votare, per recuperarli si devono dare loro delle opportunità, stimolando la partecipazione. Viviamo un’epoca in cui si governa facendo leva sulla logica della paura: dobbiamo passare dalla paura alla speranza.
In Italia l’anno prossimo sarà tempo di elezioni, e un certo tipo di destra rischia di ottenere un consenso che potrebbe lasciare spazio a forme di autoritarismo lontane dai dettami costituzionali. Quale scenario si prospetta?
Di fronte non abbiamo solo Vannacci, basti pensare ai decreti-sicurezza di questo governo. Con riflessione banale, posso dire che la mia generazione è cresciuta pensando che la diversità di opinioni sia il sale della democrazia, mentre oggi la diversità di opinioni mette in crisi la convivenza sociale, e la base stessa dei principi democratici. Credo che se dovesse rivincere la destra avremo una democrazia solo come enunciazione formale, con una radicalità molto pericolosa perché questa destra, non solo italiana ma anche statunitense, occidentale in genere, compie due operazioni. La prima è che pensa di poter fare a meno di quelle garanzie di convivenza democratica contenute nell’architettura costruita dopo il 1945 con l’Onu, l’OMS e altre istituzioni. Se 25 anni fa scatenavano la guerra giustificandola con l’esportazione di democrazia, cercando di ottenere il mandato dell’Onu, oggi non hanno più bisogno di tutto questo, oggi dicono “è la forza che mi giustifica”. C’è poi una seconda riflessione.
Quale?
Sembrano voler tornare ancora più indietro, e cancellare quanto accaduto nel 1789, quando l’avvento della borghesia aveva come base la divisone dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario. Ora questa destra occidentale sottomette il potere legislativo a quello esecutivo, si appropria del potere giudiziario e limita gli spazi del potere mediatico. Tutto questo è molto pericoloso.
Nel libro si sottolinea come il tema della sicurezza sociale, cavallo di battaglia della destra, debba tornare a coinvolgere in altro modo anche la politica progressista. Più in generale, si può costruire una sinistra diversa rispetto a quella vista in questo primo quarto di secolo?
Nel campo progressista persiste una carenza enorme. Se si vuole riportare la gente al voto bisogna avere la capacità di suscitare speranze basandosi sull’idea di un società diversa, più giusta socialmente, più “pulita”, dal punto di vista legale e ambientale. Si dovrebbe partire dall’idea che si possa costruire un mondo diverso, non basta soltanto modificare qualcosa del governo precedente. Questa spinta etica, valoriale, ma anche progettuale, non la vedo nella politica d’opposizione, e su questa strada sarà molto difficile recuperare il voto di chi ha scelto di astenersi. C’è ancora troppa distanza con i movimenti e la società civile, motivo di una frattura che abbiamo ogni giorno davanti ai nostri occhi.























