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“L’ennesima morte legata a sfruttamento del lavoro, di chi specula sulla condizione di bisogno di lavoratori stranieri, resi invisibili e quindi ricattabili da norme ingiuste e fallimentari che favoriscono il caporalato e le organizzazioni criminali. C’è tutto questo dietro la morte di Rajwinder Sidhu Sing, deceduto nelle campagne di Laterza a maggio, una morte che ha portato all’arresto del suo datore di lavoro”. È il commento della segretaria generale della Cgil Puglia, Gigia Bucci, all’indagine nata dopo la morte del bracciante indiano che – come ha commentato il comandante dei Carabinieri del Gruppo tutela del lavoro di Napoli – poggia su “un modello organizzativo elevato a sistema di sfruttamento, finalizzato alla massimizzazione del profitto. Non purtroppo l’unico caso di questi anni: penso ovviamente a Paola Clemente, ai 16 lavoratori morti in due distinti incidenti stradali, su furgoni di fortuna, in Capitanata. Alle morti per caldo di due braccianti stranieri nelle campagne del Salento e del Brindisino”.
Più coraggio da istituzioni e politica
“Crediamo – è la denuncia della segretaria della Cgil pugliese – che forze dell’ordine e magistrati siano lasciati soli nella lotta a questo sistema che offende la dignità degli uomini e delle donne che vorrebbero vivere di lavoro e non morire. Lunedì 13 eravamo ad Andria, a ricordare proprio Paola Clemente nell’undicesimo anniversario della sua morte. Per affermare che il caporalato non è sconfitto, è sempre più pratica diffusa di regolazione del mercato del lavoro non solo in agricoltura. Ebbene in questa lotta vorremmo più coraggio da parte delle istituzioni e della politica: non ci aspettiamo nulla dal governo delle destre, che svalorizza il lavoro, comprime diritti, criminalizza le lotte sindacali. Ma crediamo che la Regione Puglia, dal suo presidente agli assessori al Lavoro e all’Agricoltura, debbano assumere questa del caporalato come un’emergenza che richiede misure di contrasto serie e coordinate. Perché anche l’inazione è corresponsabilità”.
Potenziare i controlli e i servizi
Per Bucci, “non può l’assessore all’Agricoltura della Regione, come fatto ad Andria, limitarsi a dire che le imprese hanno difficoltà a reperire manodopera, specie straniera. La verità è che troppe imprese aggirano i sistemi legati di intermediazione per rivolgersi o ad agenzie compiacenti o caporali, che organizzano le squadre, trattano sul salario di piazza come accadeva 50 anni fa, si preoccupano del trasporto, con buona pace dei contratti e del rispetto di ogni norma. Se davvero ci fosse un problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, ci dicano l’assessore al Lavoro, all’Agricoltura, come pensano di potenziare i centri per l’impiego, quali misure straordinarie per il settore primario nei periodi delle grandi raccolte. Si facciano capofila di tavoli istituzionali con Prefetture, Inps, organismi ispettivi, per coordinare servizi di accompagnamento complessivi per i lavoratori e le lavoratrici: dall’accoglienza al lavoro al trasporto all’assistenza socio sanitaria”.
Riprendere gli indici di congruità colturale
In uno dei settori più sovvenzionati dal sistema pubblico come quello agricolo, “la condivisione di banche dati, l’uso di algoritmi, di strumenti tecnologici come droni o foto satellitari possono, anzi, devono accompagnare il difficile compito di vigilanza ispettiva, in un agro sterminato da coprire con personale ridotto ai minimi termini. Noi pretendiamo che si avvii un lavoro di questo tipo, in considerazione dell’assoluto disinteresse delle imprese al sistema della Rete del lavoro agricolo di qualità, al quale hanno aderito in Puglia in percentuale ridottissima. Ed è arrivato probabilmente il momento per la Regione di riprendere la legge del 2009 di contrasto al lavoro nero, che immaginava la predisposizione di indici di congruità colturale per misurare il rispetto e la proporzionalità dei livelli occupazionali, da legare all’accesso ai contributi pubblici. Basta blandire il sistema delle imprese, dal quale deve arrivare un impegno altrettanto forte. Vorremmo sentire la voce indignata delle istituzioni e della politica, l’impegno ad affrontare con misure concrete questo fenomeno di schiavitù tardo moderna. Pena, appunto, il poter essere indicati come disinteressati o, peggio, corresponsabili di un sistema criminale che continua a uccidere uomini e donne”.






















