Era, come oggi, una domenica assolata, pochissimo prima delle 17 del 19 luglio quando un autobomba posteggiata di fronte al civico 19 di Via D’Amelio, esplose. Una carica di tritolo potentissima che fece strage: morirono Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sono passati 34 anni, così come 34 sono gli anni che ci separano dalla strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone. I due magistrati che avevano istruito il maxiprocesso svelando la verità storica e giudiziaria della mafia. Dalla macchina di Borsellino sparì una borsa che portava con sé l’agenda rossa del magistrato. Sono 34 anni che Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, si batte incessantemente per far cadere omertà e collusioni non solo di Cosa Nostra, ma dei servizi segreti e di pezzi infedeli dello Stato.

Sono passati oltre tre decenni dalla strage di via D’Amelio, dall’assassinio di tuo fratello Paolo e degli uomini e della donna della sua scorta; eppure, ancora non esiste una verità giudiziaria su mandati, collusioni, depistaggi...

Non solo non esiste ancora una verità giudiziaria ma, purtroppo, i depistaggi, che da sempre hanno inquinato il percorso giudiziario riguardante la strage di via D’Amelio, si sono addirittura intensificati e si può dire siano diventati istituzionali, visto che vengono portati avanti dalla stessa Commissione parlamentare Antimafia. La Commissione pretende di isolare la strage di via D’Amelio dalle altre stragi, anche da quella di Capaci che invece a essa è intimamente legata, e dalle successive, quelle “sul continente”, come via dei Georgofili e via Palestro, addebitandola a un dossier mafia-appalti che mai ne potrebbe giustificare l’improvvisa accelerazione e cancellando le tracce dei Servizi, che hanno sottratto l’Agenda Rossa, e dell’eversione nera, il filo conduttore che lega la maggior parte delle stragi avvenute nel nostro Paese, da Piazza Fontana in poi.

Mafia, economia, politica: un trinomio che, a cominciare da Pio La Torre fino a Falcone e Borsellino, ha scandito l’impegno di chi contrastava Cosa nostra. Oggi?

Oggi, purtroppo, la situazione in questo campo è sempre più tragica. Un governo, o meglio un sistema di potere, che a parole dice di combattere la mafia ma agisce in maniera assolutamente opposta, depenalizzando i reati di corruzione, di abuso d’ufficio, di traffico d’influenze e riducendo drasticamente anche i controlli sugli appalti, mentre nel contempo vengono depauperate le armi in mano ai magistrati, come le intercettazioni, il 41bis, l’ergastolo ostativo, le leggi sui collaboratori di giustizia ecc., decreti studiati da Giovanni Falcone e approvati soltanto dopo l’assassinio di Paolo Borsellino, al quale gli esponenti di questo sistema di potere dicono falsamente di ispirarsi.

Esiste un legame tra la società italiana di allora e quella di oggi?

Purtroppo, il legame esiste ed è tragico, per citare parole di mio fratello quel “fresco profumo di libertà” per cui lui ha sacrificato la vita, viene sempre di più ammorbato “dal puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Recentemente la presidente del Consiglio Meloni a Palermo ha detto che il suo impegno è di contrastare la mafia. Dopo quattro anni di governo di destra quale il bilancio delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata? Servono gli innumerevoli decreti sicurezza?

Gli innumerevoli decreti di sicurezza potranno avere forse effetto sui reati della criminalità comune anche se sarebbe molto più importante prevenire piuttosto che reprimere. Il contrasto alla criminalità organizzata è stato, invece, carente e inefficace sia contro i reati della nuova mafia, la mafia dei colletti bianchi, sia contro la mafia delle estorsioni e del pizzo, degli incendi e degli attentati intimidatori che oggi infatti dilaga nuovamente a Palermo grazie all’uscita dal carcere di boss mafiosi che anche dall’interno delle carceri hanno continuato a dirigere le operazioni dei loro clan e che oggi vengono anticipatamente rimessi in libertà senza che mai abbiano collaborato con la giustizia, diversamente da quello che stabiliva l’ergastolo cosiddetto ostativo.

Ti sei schierato contro la riforma della giustizia targata Nordio Meloni, che giustizia serve?

Mi sono schierato contro quella che non era una riforma della giustizia, che piuttosto che Nordio avrebbe dovuto essere chiamata riforma Gelli, perché al Manifesto di Rinascita Democratica della P2 era chiaramente ispirata. Piuttosto che una riforma della giustizia era un vero e proprio attentato all’equilibrio dei poteri stabilito dalla Costituzione e soprattutto all’indipendenza della magistratura che ne costituisce uno dei cardini principali. Il potere esecutivo ha già depauperato, procedendo a forza di decreti-legge come non mai nella storia del nostro Paese, il Parlamento del potere legislativo e ha tentato anche di scardinare uno dei principi fondanti della nostra Costituzione, quello dell’indipendenza dei poteri. Per fortuna il tentativo è stato respinto grazie all’impegno della società civile e grazie al ritorno al voto dei giovani.

Legalità, una parola importante che rischia di essere usata a vuoto. Cosa significa costruire legalità?

Io rifuggo, per quanto possibile, dall’usare questa parola che purtroppo è diventata poco più che uno slogan, spesso adoperata da persone che agiscono invece al di fuori della legalità e che questa parola adoperano soltanto per costruirsi carriere o difendere i propri interessi. Per me legalità non significa neanche rispettare le leggi che, come le leggi razziali del ventennio e anche purtroppo tante leggi di questo governo, vanno invece contrastate e combattute. Legalità è per me il rispetto dei valori della nostra Costituzione che invece purtroppo rimane in gran parte addirittura inattuata.