È di pochi giorni fa la notizia del ricorso di Meta contro una sentenza storica del tribunale di Los Angeles, che aveva giudicato la società responsabile di causare dipendenza dai social media. Il caso era stato sollevato da una giovane ragazza di 20 anni, che aveva portato in giudizio Meta e Google, accusandoli di aver generato in lei ansia, dismorfismo, autolesionismo. Problemi causati, anche secondo la giuria, dagli scroll infiniti su Instagram e YouTube, social che usava da quando era più piccola. I due giganti del web erano stati dunque condannati a pagare complessivamente tre milioni di dollari di risarcimento.

Ma al di là dell’ingente somma a lei corrisposta, la vittoria più grande consisteva nel riconoscimento della presenza di una vera e propria architettura fondata su algoritmi progettati per creare dipendenza proprio attraverso gli scroll infiniti, la natura continua dei feed, e le funzioni di riproduzione automatica. Ed è proprio questo, infatti, quello che Meta intende contestare depositando l’appello.

Nel frattempo però l’Europa non è stata con le mani in mano e ha commissionato uno studio per comprendere, dal punto di vista scientifico, quali siano i reali pericoli per la salute dei minori e definire adeguate soluzioni normative da proporre agli stati membri. Questo studio è stato finalmente presentato alla presidente Ursula von der Leyen il 13 luglio scorso dai co-presidenti dello Special Panel on Child Safety Online, lo psichiatra dell’infanzia Jörg M. Fegert e l’epidemiologa Maria Melchior.

Come richiesto, il testo contiene le raccomandazioni per rafforzare la protezione dei minori online, ma non si limita ai social in senso stretto. Viene utilizzata infatti la dicitura social media+, estendendo così l’analisi oltre che alle piattaforme social, ai servizi di video sharing, ai videogiochi online, all’app store e anche ai sistemi di AI o AI companion digitali, focalizzando l’attenzione sulle funzioni ritenute non adeguate all’età e sui contenuti rischiosi, soprattutto se riguardanti meccanismi di ingaggio persistente.

Questo primo aspetto assume particolare importanza se pensiamo a una recente inchiesta di FanPage, che ha messo in evidenza come episodi di violenza estrema ad opera di minori apparentemente scollegati tra loro sembrerebbero avere in realtà in comune la condivisione degli stessi spazi digitali (stesse chat, stessi canali) in cui avverrebbero in una prima fase dei veri e propri “reclutamenti” di minori, che si trasformerebbero pian piano in veri e propri “addestramenti” all’uso della violenza.

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L’inchiesta mette in relazione quanto accaduto il 25 marzo scorso, data in cui un tredicenne ha accoltellato a scuola la sua professoressa in provincia di Bergamo, filmando (e condividendo online) la brutale aggressione con quanto accaduto cinque giorni dopo, il 30 marzo, a Pescara, dove un diciassettenne è stato arrestato mentre pianificava una strage in una scuola. E ancora, con quanto accadeva qualche settimana dopo, in provincia di Trapani, ad opera di un undicenne, che provava ad aggredire il suo insegnante di educazione tecnica.

Quello che la giornalista Elisabetta Rosso evidenzia parla di storie diverse, avvenute in luoghi diversi, ma legati da un filo invisibile fatto di frequentazione online di canali e piattaforme in cui la violenza veniva proposta costantemente, con video martellanti.

Stessi schemi, stesse frasi, stessi meme (razzisti, nazisti, satanisti). E a volte, come nello specifico degli episodi sopra citati, stessi utenti, visto che sembrerebbe comparire persino lo stesso nome nelle conversazioni che due dei ragazzini, autori degli accoltellamenti, avrebbero avuto via chat il giorno prima di compiere questi gesti criminali.

Il che ricondurrebbe a un’azione davvero sistemica, che “ingaggia” e “forma” le menti più fragili proponendo immagini di torture su esseri umani, video di incendi, pestaggi, sparatorie. Il tutto con un sottofondo di musica hyperpop remixata (proprio come nei videogames).

Quello che l’inchiesta sottolinea rappresenta dunque uno dei motivi per cui la dicitura social media+ sembra essere più che corretta se si vuole davvero studiare il fenomeno, dal momento che tutto questo orrore raccontato avverrebbe su Discord, Telegram, ma anche su Minecraft, Brawl Star o Rob Blocks, luoghi di gioco frequentati quotidianamente da milioni di giovanissimi, la cui età media va dai 14 ai16 anni. E allora, la prima domanda a cui è urgente dare una risposta è: perché queste piattaforme riescono a coinvolgere sempre più adolescenti?

La presenza di specifiche architetture informatiche studiate per assuefare e, nei casi più inquietanti come quello appena citato utilizzate da soggetti criminali per “affiliare”, potrebbe essere la prima risposta, e quanto sta cominciando ad emergere dalle inchieste e dalle denunce nei confronti di piattaforme social media+ sembrerebbe drammaticamente confermare questa ipotesi. Certo, con impatti e sfumature diverse, ma pur sempre con effetti potenzialmente devastanti sulla vita di milioni di giovanissime e giovanissimi utenti.

Ma è altrettanto evidente che la risposta a questa domanda non può riferirsi a questioni esclusivamente tecniche, ma deve indagare più nel profondo il tema della solitudine di bambine, bambini e adolescenti. Solitudine che, unita all’assenza di adeguate competenze digitali (intese come informazioni e consapevolezza di cosa siano e come debbano essere usati gli strumenti con cui sempre più precocemente entrano in contatto) determina la tempesta perfetta che è alla base del moltiplicarsi di episodi drammatici. E allora ecco che dalle challenge autolesionistiche di poco tempo fa si è passati alla violenza nei confronti dei coetanei o dei docenti. Per non parlare dei chatbot emotivi, che nei casi più tragici hanno alimentato e incentivato tendenze suicide.

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Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Un iceberg la cui base è fatta di isolamento sociale, difficoltà relazionale, disturbi alimentari, dovuti all’esposizione continua a contenuti video legati a fisicità irraggiungibili. E ancora, problemi di concentrazione e di attenzione abbondantemente documentati dalle comunità scientifiche di tutto il mondo. Questa è la ragione per la quale schierarsi a priori fra coloro che considerano l’introduzione dei limiti di età per l’accesso ai minori un bene e coloro che invece additano questa soluzione come un atto di censura è riduttivo e fuorviante.

Perché quello che è in discussione ormai a tutte le latitudini del pianeta non riguarda la libertà dei minori, dal momento che non si può parlare di libertà se l’ambiente frequentato è studiato per influenzare o modificare i comportamenti, o per creare dipendenza. Senza regole certe, con responsabilità precise, che garantiscano reali tutele e protezione dai pericoli, l’ambiente digitale non costituisce un luogo sicuro. E quello che sta piano piano emergendo è che queste regole di fatto non esistono.

È proprio su questo che sembrerebbero ruotare le proposte che la presidente Von der Leyen intenderebbe adottare, mettendo in relazione lo sviluppo cognitivo dei bambini e adolescenti e la loro progressiva capacità di frequentare una determinata piattaforma senza subire danni per la salute. Un po’ come siamo abituati a fare nel mondo analogico: sotto una certa età non si può guidare la macchina. E non solo perché non si potrebbe imparare a farlo. Questa scelta deriva dal fatto che si è scelta una soglia minima sotto la quale lo sviluppo cognitivo (che influenza attenzione, riflessi, concentrazione) non è stato ritenuto sufficientemente maturo.

Arriva poi un momento in cui, con il foglio rosa, si può cominciare a fare pratica. Ma accompagnati. Una fase di transizione, necessaria per acquisire sicurezza, competenze e finalmente autonomia. Ecco, la logica immaginata per il mondo digitale è analoga, e prevede diversi step che devono coincidere con le corrispondenti fasi di sviluppo:
- Per i bambini sotto i 3 anni il rapporto raccomanda di evitare schermi e social media+. Il che appare abbastanza sensato (meno telefonini e tablet a tavola, al ristorante e più album con i colori potrebbe essere già un buon inizio).
Tra i 3 e i 12 anni l’uso dovrebbe essere supervisionato, verificando che i contenuti siano adeguati all’età e i tempi limitati. Questo prevede un ruolo attivo di genitori e scuola. Anche in questo caso, immaginare di accompagnare i bambini e i preadolescenti alla scoperta di strumenti così importanti appare assolutamente di buon senso. Purché non si traduca in un trasferimento di responsabilità verso le famiglie. E se il genitore non ha la “patente” (in questo caso le competenze digitali necessarie) accompagnare il figlio munito di “foglio rosa” non si rivela una mossa vincente.
- Dai 13 ai 18 anni l’uso può diventare progressivamente più autonomo, ma solo se i servizi dimostrano di avere impostazioni sicure per impostazione predefinita.

Questo appare il punto più importante. Perché si pretende, come precondizione essenziale per l’utilizzo autonomo da parte dei minori, la certezza di ambienti digitalmente sicuri. E per averla, si sposta la responsabilità sui social media+.

Significativo a tal proposito è quanto dichiarato da Ursula von der Leyen, che ha paragonato le piattaforme alle industrie: “In Europa, chi sviluppa un prodotto è responsabile della sua sicurezza; i produttori di automobili devono rendere sicuri i loro veicoli; non ci aspettiamo che i bambini progettino le proprie cinture di sicurezza, né che i genitori installino gli airbag a casa; lo stesso deve valere per il big tech”.

Un vero e proprio cambio di prospettiva sull’onere della prova. Non dovranno essere famiglie, minori o regolatori a inseguire eventuali danni subiti a posteriori. Ma saranno i fornitori di servizi digitali a dover dimostrare che i loro ambienti sono sicuri e appropriati per l’età prima di poter essere fruiti dai minori: “Finché le piattaforme non dimostreranno che i loro servizi sono sicuri by design, l’accesso dei minori sotto i 13 anni ai social media e ad altri servizi digitali nell’Ue dovrebbe essere ristretto”.

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In sintesi, dunque, la scansione per fasce d’età proposta dal panel sarebbe questa:
A settembre, le proposte dell’UE dovrebbero dunque prendere forma in maniera più definita.
Quel che è certo è che il tema è davvero enorme e necessita di risposte urgenti.
E se non bastassero i gravissimi fatti di cronaca, ormai all’ordine del giorno, a sottolineare il fatto che stiamo affrontando un’emergenza a livello globale, ce lo confermano i numeri.

Il Flash Eurobarometer 579, condotto tra il 30 marzo e il 16 aprile 2026 su 26.297 adolescenti tra 13 e 18 anni e 12.750 genitori in tutti i 27 Stati membri, ha documentato la relazione tra tempo di esposizione agli schermi, uso dei social e sintomi riportati:
- Gli adolescenti europei trascorrono in media 4,5 ore al giorno davanti allo schermo nei giorni di scuola e 6,1 ore nei fine settimana.
- Il 14% supera le 10 ore giornaliere, vale a dire più della metà delle ore di veglia, ma sappiamo bene che gli adolescenti stanno progressivamente sottraendo tempo alle ore di sonno per rimanere sempre connessi.

Infine, e questo è il dato che dà la misura esatta di quanto sia necessario procedere in direzione di un’esposizione graduale all’uso delle piattaforme (e di quanto queste creino dipendenza), chi ha iniziato a usare i social media prima dei 10 anni raggiunge 7,5 ore nel weekend, contro 5,7 ore di chi ha cominciato dopo i 14.

E ancora: quasi un giovane su tre dichiara che i social lo fanno sentire stressato, triste o socialmente escluso. Il 45% degli adolescenti afferma di confrontarsi con gli altri quando usa i social. Circa un quarto ha incontrato contenuti problematici online, inclusi discorsi d’odio (25%), contenuti violenti non richiesti (19%), contenuti sessuali non richiesti (18%), cyberbullismo o molestie (17%) e pressioni a condividere immagini intime (10%).

Infine, abbiamo il dato politicamente più rilevante, che proviene però da un altro Eurobarometro, quello sul Digital Decade, condotto tra febbraio e marzo 2026: il 92% degli europei considera il rafforzamento della protezione online dei minori una priorità politica di primo livello. Si tratta di un livello di consenso che non ha eguali (che riduce i margini di possibile opposizione in Consiglio) e che spiegherebbe l’accelerazione della Commissione su questo tema.

Il punto più critico riguarda infatti le attuali divergenze riguardo all’età minima che gli utenti devono avere per accedere senza supervisione: il panel raccomanda 13 anni, con il presupposto che i servizi siano sicuri by default. Il Parlamento chiede che la soglia sia fissata a 16 anni come regola, con accesso anticipato solo con consenso genitoriale verificato (e già questo vanificherebbe lo sforzo di fissare delle soglie uguali per tutti).

La Commissione dovrà trovare un punto di sintesi nella proposta di settembre. Sappiamo anche che la proposta si inserisce su un quadro europeo già più avanzato rispetto al passato grazie al Digital Services Act, che la Commissione vorrebbe usare anche sul terreno del design utilizzato dalle grandi piattaforme. Lo ha fatto il 10 luglio scorso, quando ha comunicato di aver riscontrato in via preliminare una violazione da parte di Meta per il design additivo di Instagram e Facebook.

Oggetto dell’indagine, avviata a maggio 2024, erano proprio le funzioni di scroll infinito, autoplay, notifiche push e i sistemi di raccomandazione altamente personalizzati, che favoriscono abitudini insane e uso compulsivo. Ma l’indagine riguardava anche le misure di age assurance per i minori sotto i 13 anni. E ancora, prosegue l’indagine sull’effetto rabbit hole dei sistemi di raccomandazione, che potrebbe sfruttare la vulnerabilità e l’inesperienza dei minori. Se la violazione sarà confermata, la sanzione può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, circa 12 miliardi di dollari sulla base dei ricavi 2025 di Meta.

Ma Meta non è la sola ad essere sotto la lente d’ingrandimento. Ad ottobre scorso la Commissione ha avviato le prime azioni investigative ai sensi delle linee guida Dsa sulla protezione dei minori, chiedendo a Snapchat, YouTube, Apple App Store e Google Play informazioni sui sistemi di verifica dell’età e sulle misure adottate per impedire ai minori l’accesso a prodotti illegali, come droghe e vape, e materiale nocivo, come contenuti che alimenterebbero disturbi alimentari.

A YouTube è stato chiesto specificamente conto del suo sistema di raccomandazione. Ora, mettendo insieme tutte queste azioni, quello che emerge è la consapevolezza di quanto sia necessario agire strutturalmente per passare da una fase in cui l’accesso ai minori veniva inquadrato come una questione contrattuale tra le parti (utenti e piattaforme) ad una in cui la regolazione deve riguardare il vero cuore del problema, ovvero le questioni legate alla salute e alla sicurezza, oltre che ai diritti.

Un cambio di prospettiva netto e importantissimo in cui si inverte l’onere della prova, visto che saranno le piattaforme (e non più gli utenti) a dover dimostrare che un servizio è sicuro. A tal proposito, a Bruxelles rimane anche l’arduo compito di definire quali strumenti tecnici possono verificare l’età senza creare nuove forme di sorveglianza. Un tema, quello della privacy, particolarmente sensibile.

Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi. Quel che è certo è che siamo entrati una nuova era. Un’era in cui cresce sempre di più la consapevolezza di quanto sia alto il prezzo che i soggetti più vulnerabili stanno pagando per consentire alle grandi piattaforme di accumulare ricchezze indicibili. Un prezzo fatto di dati personali, tempo e salute.

Il fatto che questa consapevolezza sembri andare di pari passo con la volontà di costruirci sopra strumenti normativi adeguati è una buona notizia. Nel frattempo, quella solitudine, quel malessere che molti adolescenti manifestano va guardato con coraggio e affrontato con cura e attenzione. Perché altrimenti avremo fatto soltanto una parte del lavoro. Una parte importante, ma non sufficiente.

Barbara Apuzzo, responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale

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