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Cosa resta del '69 operaio

Cosa resta del ?69 operaio
Giovanni Rispoli
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Cinquant'anni da una vicenda che, guardandoci intorno, si può ben dire appartenga ormai a un'altra epoca storica. Fatti ampiamente indagati, sui quali vale comunque la pena tornare a riflettere per riprendere questioni rimaste aperte

Cinquant’anni dall’autunno caldo. Cinquant’anni da una vicenda che, guardandoci intorno, si può ben dire appartenga ormai a un’altra epoca storica: l’Italia che aveva vissuto da poco la “grande trasformazione” da Paese agricolo a Paese industriale, la contestazione giovanile e lo scossone del ’68, il Vietnam e la primavera di Praga e loro, gli operai, che diventano protagonisti di una stagione di lotte, per la qualità delle rivendicazioni oltre che per l’intensità del conflitto, nel secondo dopoguerra del tutto sconosciute.

Molto si è detto e scritto su quanto accaduto nel corso del 1969. Sulle ragioni immediate: i bassi salari, la durezza e il carattere alienante del lavoro, le infelici condizioni di vita della manodopera emigrata nel triangolo industriale; sul suo protagonista principe: l’operaio comune, giovane, scolarizzato, perlopiù meridionale (l’operaio massa caro alla tradizione operaistica, il protagonista del “Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini); sui luoghi simbolo del conflitto – la Fiat Mirafiori in testa. Si è spiegato il ruolo che giocò il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, quindi la funzione trainante di Fim, Fiom e Uilm in quella fase – negli stessi mesi rinnovavano il contratto anche chimici, edili e braccianti –. E si è sottolineato il valore delle conquiste realizzate; restando ai metalmeccanici: gli aumenti uguali per tutti, la parità normativa operai-impiegati, la riduzione dell’orario di lavoro, il diritto di assemblea.

Si è raccontata poi l’invenzione dei delegati, preludio alla formazione dei consigli, il nuovo, originale approccio alle questioni della salute e dell’ambiente di lavoro, in parallelo l’iter parlamentare dello Statuto dei lavoratori, varato nel maggio del ’70. Si è guardato al contesto, alla semina realizzata tra ’68 e ’69 con la lotta per la riforma delle pensioni e l’abolizione delle gabbie salariali, analizzando infine la risposta padronale, la difficoltà della sinistra a fare i conti con le nuove domande emergenti, e la reazione, terribile, di chi il rivolgimento in corso nel biennio ’68-69 non poteva tollerare: il 12 dicembre, la strage di Piazza Fontana, l’esordio della strategia della tensione.

Fatti ampiamente indagati, si dirà, sui quali vale comunque la pena tornare a riflettere non solo per l’abitudine oggi diffusa a costruire un passato inesistente – l’autunno caldo raccontato come culla del terrorismo ne è un esempio – ma anche per riprendere questioni rimaste in qualche modo aperte. Su tutte, e al di là delle cause strutturali (già molto corpose), le ragioni di fondo di un ciclo di lotte, momento culminante il ’69, arco temporale il ’68-72 (e oltre), che per durata e intensità non ebbero eguali in tutto l’Occidente.

Ragioni che nelle sue ricerche Alessandro Pizzorno identificò nel tema dell’identità, nella domanda di riconoscimento di una nuova identità collettiva: nella volontà di quegli operai, scrive Giuseppe Maione sintetizzando il pensiero del sociologo triestino, “di porsi come un soggetto collettivo che insorge e protesta perché il suo scopo ultimo è di essere riconosciuto come tale dalle altre parti in causa” (“1969. L’autunno operaio”, Manifestolibri); una finalità che trascendeva gli stessi obiettivi contrattuali e che non poteva essere oggetto di negoziazione – sull’analisi di Pizzorno ritorna anche Ada Becchi in un libro uscito da poco per Donzelli: “L’autunno caldo. Cinquant’anni dopo” (lavoro accompagnato da testi di Andrea Sangiovanni e Marco Bentivogli).

Un nodo, questo dell’identità, che ci porta dritto all’oggi e al radicale cambiamento di prospettiva con cui il lavoro viene rappresentato: a un presente in cui, osserva Becchi nel saggio citato, “l’informazione, a partire da quella televisiva, ci parla non di soggetti sociali, ma di gruppi da compiangere, di vittime”. L’esatto contrario dell’immagine di sé che gli operai di cinquant’anni fa trasmettevano: non vittime, appunto, ma soggetti che collettivamente cercavano di prendere in mano il proprio destino. E per questo, si potrebbe aggiungere, tornavano a porre in maniera radicale il problema antico del rapporto tra lavoro e libertà – il rovello di Bruno Trentin, vale la pena ricordare.

Nel 2009, in occasione dei quarant’anni dall’autunno caldo, Rassegna Sindacale dedicò alla vicenda il numero speciale del Primo Maggio (titolo: “Il tempo degli operai. L’autunno caldo e le lotte del ’68-69”). Sfogliando dopo un bel po’ di tempo quelle pagine – ero ancora al giornale, mi venne affidata la cura del fascicolo – confesso di aver provato una sorta di spaesamento: la distanza da quegli avvenimenti che pure avvertii nel 2009 mi è parsa davvero poca cosa a confronto con quella sentita oggi rispetto a solo dieci anni fa. Sembravamo ancora e in qualche modo eravamo in mezzo al guado – o almeno ci illudevamo fosse così –, nel primo decennio del nuovo secolo; oggi si è davvero voltato pagina. Una ragione in più per tornare all’“anno degli operai” e rimettere in circolo alcuni dei materiali pubblicati sull’allora settimanale della Cgil.

Con il proposito di offrire in futuro il fascicolo nella sua interezza, i testi che presentiamo di seguito sono quelli ripubblicati già nel 2009 su rassegna.it (tutto non si poteva: un problema di delicatezza verso gli abbonati). Giusto partire con la giornata del 28 novembre ’69, allora, e la prima manifestazione nazionale dei metalmeccanici a Roma nel racconto/testimonianza di Bruno Ugolini, all’epoca al servizio sindacale dell’Unità. A seguire, il lavoro in casa Fiat, la Torino del “non si affitta a meridionali”, l’incontro con il sindacato e la presa di coscienza delle tute blu provenienti dal Sud nella personale vicenda di Bonaventura Alfano – figura emblematica di dirigente operaio, scomparso purtroppo alcuni anni fa –. Quindi la testimonianza di Carlo Ghezzi, nel 2009 presidente della Fondazione Di Vittorio e quarant’anni prima tecnico dell’Icmesa (con il racconto del paradossale incontro del 12 dicembre: l’operaio che come sollevato urlava “è stata una bomba, è stata una bomba” dopo aver temuto che l’esplosione di Piazza Fontana, causa un lavoro malfatto, fosse da addebitarsi a lui e ai suoi compagni). Poi il racconto, autore Fernando Liuzzi, della vertenza pensioni, con il dissenso emerso nella Cgil dopo l’intesa con il governo del febbraio ’68, la ripresa della lotta da parte del sindacato di corso d’Italia, via via sino allo sciopero delle tre confederazioni, il 14 novembre successivo, il primo a carattere unitario dopo i lunghi anni della divisione sindacale e l’accordo di inizio ’69: una vicenda che ebbe un peso non indifferente nel passaggio di clima che avrebbe favorito l’autunno caldo. Infine, la strage di Piazza Fontana, l’inizio della strategia della tensione e l’Italia delle trame nere nell’accurata ricostruzione di Paolo Andruccioli.

Cinque letture, dunque; cinque testi che, pensiamo, potranno stimolare ulteriori approfondimenti.