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L'ultima frontiera: il caporale è un algoritmo

L'ultima frontiera: il caporale è un algoritmo
Foto: markus spiske, da unsplash.com
Maurizio Minnucci
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Selezioni che avvengono tramite meccanismi oscuri, paghe bassissime, diritti assenti: così si espande la gig economy. A questi lavoratori sfruttati si sta cercando di dare una risposta. Intervista a Gramolati (Cgil): la chiave è nella contrattazione

“Ora basta, non siamo schiavi”. I lavoratori di Deliveroo, fattorini in moto e in bicicletta senza garanzie e tutele, hanno deciso di alzare la voce. Prima hanno scritto una lettera all'azienda per chiedere un incontro, rimasta però senza risposta. Poi si sono rimboccati le maniche e hanno organizzato un flash-mob a Milano, andato in scena lo scorso 1° dicembre, perché il cliché dei giovani che consegnano in autonomia cibo per i ristoranti, “anziché fare fitness in palestra”, non va più bene. “Siamo lavoratori come gli altri, vogliamo uscire dal ricatto dell'algoritmo”, dicono. Come loro, tutti i colleghi della gig economy ai quali la Cgil sta cercando di dare una risposta. Il responsabile per la confederazione dell'Ufficio progetto lavoro 4.0, Alessio Gramolati, la spiega così: “Se a organizzare il lavoro è un algoritmo, si crea una sorta di caporalato digitale che seleziona le persone sulla base delle recensioni. Sei sempre disponibile e hai buoni commenti? Bene, allora puoi lavorare; altrimenti resti a casa. Anche per Uber funziona così: i clienti forniscono le informazioni alla multinazionale, dicono se il tuo taxi, cioè la tua auto privata convertita a questo scopo, va bene. E alla fine decide l'algoritmo. Lo possiamo chiamare il nuovo management digitale”.

Rassegna Andiamo con ordine e prima di tutto facciamo chiarezza sui termini. C'è ancora chi confonde la sharing economy con la gig economy. In realtà sono due cose ben diverse…

Gramolati In effetti c'è una retorica che rischia di portarci fuori strada. Un conto è la sharing economy, alla cui base ci sono piattaforme collaborative come Wikipedia o Streetbank. Altra cosa è la gig economy, vedi Uber o Airbnb. In queste piattaforme è il singolo che mette a disposizione il valore (l’auto, la bici o la casa), mentre le compagnie che fanno da intermediario prelevano il profitto. In altre parole, quando la condivisione è mediata da chi mira al profitto, non è più sharing economy. Non a caso si usa il termine “gig”, mutuato dal mondo del teatro in cui identifica esibizioni brevi ed estemporanee. Se nel mondo del lavoro questa all'inizio poteva essere un'opportunità, ad esempio per gli studenti, ormai sono emersi tutti i nodi legati alla totale assenza di diritti.

Rassegna Però a qualcuno questa idea continua a piacere. Ci sono addirittura alcune app – una di queste si chiama Jobby – che si pubblicizzano su Internet autodefinendosi “l'app dei lavoretti”.

Gramolati Certo, se uno ha una casa sfitta e può metterla a reddito, la guarda come un'opportunità. Oppure, pensando a quando Uber arrivò in Francia, è vero che molti disoccupati si sono proposti dalle banlieue. In generale non si deve demonizzare questo mondo. Ciò che dobbiamo fare è evitare che queste persone finiscano alla mercé delle piattaforme cui sono iscritte; squarciare il velo sul nuovo management digitale di cui parlavo, il quale attraverso la lettura di tutti i dati personali invade la sfera di vita lavorativa e persino quella privata. Il caporalato digitale sta portando alla situazione paradossale che abbiamo conosciuto con la lotta dei lavoratori di Foodora, discriminati da un calcolo al computer. Ecco perché dobbiamo scardinare la cosiddetta black box, la scatola nera delle informazioni – parafrasando la celebre definizione di Frank Pasquale dell'Università del Maryland – per ricostruire un sistema di tutele e diritti che consentano una vita dignitosa. Insomma, dobbiamo accedere alle informazioni per avere più forza contrattuale: è quello che chiedevano i lavoratori del Pignone in uno sciopero del lontano 1906, “aprite il barattolo”. Cambiano i nomi, oggi la chiamiamo black box, ma la battaglia è la stessa.

fonte: Etui 2015, nostra elaborazione

Rassegna Ci si chiede però cosa si possa fare in concreto. Sembra una battaglia di Davide contro Golia...

Gramolati Intanto serve un impianto normativo e legislativo che chiarisca i perimetri di queste attività. Noi lo abbiamo già detto nella Carta dei diritti. Ma in altri Paesi, come negli Stati Uniti, è anche la politica a occuparsene. Già prima della vittoria di Trump, la senatrice Elisabeth Warren, economista e figura di spicco del Partito democratico, aveva lanciato alcune proposte di riforma tra cui aumento del salario, diritto a ferie e malattie, evitare le possibili scappatoie per i datori di lavoro, sottolineando la necessità della contrattazione collettiva con lo scopo di garantire un “ragionevole grado di sicurezza” agli addetti della gig economy. Sempre gli Stati Uniti hanno visto per primi la lotta dei lavoratori Uber, che alla fine l'hanno spuntata, ottenendo parte di ciò che chiedevano. Stanno crescendo in tutto il mondo le lotte di chi lavora su queste piattaforme, perché dalla possibilità iniziale di avere un lavoro trasparente (il potere della tecnologia) si è passati a un lavoro più controllato (la tecnologia del potere). Questa dialettica è il cuore dello scontro e se chiedi conto all'azienda, spesso risponde che è colpa dell’algoritmo, come se fosse neutro. Ma non può essere così. 

Rassegna Perciò la Cgil chiede di "contrattare l'algoritmo". Puoi spiegarci meglio?

Gramolati L'algoritmo non può essere considerato una semplice macchina. È un elemento dalle potenzialità altissime, molte anche positive. Si pensi a quali prospettive può aprire se applicato nella medicina predittiva o al monitoraggio ambientale. Ma ci possiamo vedere anche una versione critica e molto sofisticata del capo del personale, un manager digitale. Un management digitale che può esercitare il controllo dei lavoratori attraverso gps, webcam, software e algoritmi spioni. Questa sorveglianza senza frontiere rischia di rompere il legame di fiducia tra impiegante e impiegato e ha il potere di destrutturare le relazioni sindacali. Lo scanner rileva i dati e l’algoritmo detta i percorsi, le azioni e i tempi del lavoro. Chi non tiene il ritmo è tagliato fuori. Già, proprio così: i licenziamenti sarà l’algoritmo a stabilirli; addirittura, nel caso delle piattaforme non ci sarà purtroppo bisogno di farlo, perché spesso i lavoratori della gig economy non sono neppure assunti. È per questo che la Cgil chiede che quell’algoritmo, che si basa su parametri aziendali, venga condiviso con il sindacato. Del resto, il salario e l’organizzazione del lavoro sono sempre stati alla base della contrattazione e non si può difendere il segreto industriale spiando il lavoro. 

Rassegna Resta però la difficoltà per il sindacato nell'intercettare questi lavoratori. Come si può affrontare?

Gramolati È una sfida per tutti i sindacati del mondo, in gioco c'è la relazione tra la dimensione personale e quella collettiva. Io penso che per rispondere alle nuove esigenze anzitutto servono forme organizzative più circolari, perché gli addetti della gig economy hanno una grandissima capacità di connettersi in rete e sono invece poco propensi al tradizionale modello verticale. Spesso sono loro stessi a costruirsi delle contro-piattaforme tramite reti di comunicazione, riuscendo a volte a ottenere grande visibilità. Dall'altra parte, però, c'è anche un problema di contenuti. Veniamo da una storia in cui la contrattazione consiste nel decidere a quali bisogni della persona rispondere attraverso il principio dell’esigibilità collettiva. Qui bisogna fare l'operazione inversa, cioè garantire accessibilità personale ai diritti collettivi, ovvero ciò che manca a questi lavoratori.