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Secondo Meloni e i suoi ministri il Pnrr è stato un grande successo certificato dall’Unione europea. Nella realtà non è così e le ombre rischiano di essere più fitte della luce. Il cuore del Piano di ripresa e resilienza doveva essere la salute: si usciva dalla pandemia che ha lasciato in eredità la consapevolezza di quanto la sanità di territorio fosse necessaria e contemporaneamente assai scarsa. Telemedicina, case e ospedali di comunità il fiore all’occhiello del Piano. Peccato che la realtà racconti di ritardi e fallimenti.
La certificazione dei dati
Secondo uno studio dell’area Stato sociale e Diritti della Cgil nazionale i dati del sistema ReGiS, aggiornati allo scorso 13 giugno, raccontano una realtà davvero problematica. “Troppo poco e troppo tardi. È questo il bilancio di quanto realizzato finora, in cinque anni di Piano nazionale di ripresa e resilienza: poche opere completate e collaudate e soprattutto con un basso livello di spese effettuate in rapporto ai finanziamenti”. Così la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi presentando lo studio.
La Missione 6
La Missione 6, quella dedicata alla salute dei cittadini e delle cittadine, era assai corposa dal punto di vista degli stanziamenti. Le risorse destinate agli oltre 10mila progetti ammontano a 20,2 miliardi di euro (di cui 14,9 miliardi di Pnrr). Dai dati della piattaforma ReGiS, a giugno scorso risultano effettuati pagamenti per soli 8,9 miliardi di euro pari al 44,2% dei fondi disponibili. Dei progetti monitorati ne risultano completati il 53,5%. Davvero un risultato scarso. Ma sono passati quattro mesi e questi numeri vanno aggiornati, si dirà. Certo, ma se in cinque anni si è speso meno del 45% delle risorse disponibili, davvero è ipotizzabile che in quattro mesi si sia speso tutto il resto a disposizione?
Case di comunità
Insieme agli ospedali di comunità le Case erano, o sarebbe meglio dire dovrebbero essere, il cuore della rinnovata sanità di territorio. Li dovranno esserci medici – a cominciare da quello di medicina generale - personale infermieristico, tecnico amministrativo e assistenti sociali. L’obiettivo è la presa in carico delle persone con patologie croniche e la cura. Ebbene, è forse questo il capitolo dove si registrano i ritardi maggiori. Su 1.436 progetti per 2,8 miliardi di euro di finanziamenti, quelli completati sono il 34,4% e i pagamenti effettuati sono stati pari al 44,1% dei fondi. Risultano ritardi nella fase dell’esecuzione dei lavori per oltre un terzo dei progetti. Eppure, è bene ricordare, uno dei primi atti del governo Meloni per mano dell’allora ministro Fitto, è stato quello di tagliare il numero delle Case e degli ospedali di comunità, insieme ai posti in asilo nido. Un caso?
Il personale
Come solo con i fichi secchi è difficile celebrare matrimoni, così con solo le strutture murarie delle Case di comunità è difficile prendere in carico e curare chi ne ha bisogno. Barbaresi sottolinea: “Resta il nodo del personale, che pesa come un macigno e che deve necessariamente trovare risposte nella prossima legge di bilancio. Per migliorare la qualità della vita delle persone e garantire il corretto funzionamento delle Case della comunità e degli ospedali di comunità non è sufficiente costruire le strutture, ma è fondamentale dotarle del personale necessario per assicurare servizi efficienti e un'adeguata assistenza sanitaria ai cittadini”.
Cosa serve
A dare i numeri del personale necessario a far funzionare le strutture non è la Cgil, ma il decreto ministeriale che ha avviato la riforma della sanità di territorio. È ancora la segretaria confederale a ricordare che “il Dm 77/2022 ha stabilito specifici standard di personale per queste strutture: per rispettarli è necessario assumere oltre 36.000 unità di personale, senza contare i medici. Nello specifico occorrono 19.729 infermieri, 14.110 operatori sociosanitari, 1.436 assistenti sociali e 874 altre indispensabili figure professionali”.
Il nodo dei medici di medicina generale
Da tempo Fp Cgil e Confederazione hanno proposto una riforma dei medici di medicina generale che parte dalla formazione, che deve diventare una specializzazione universitaria, e arriva al contratto: non più in convenzione ma parte integrante del servizio sanitario nazionale. Al momento tutto questo non c’è, allora l’affermazione di Barbaresi è inevitabile: “Non è certo con una disponibilità di massimo sei ore la settimana che si può pensare di garantire l’operatività delle Case della comunità, nelle quali dovrebbe essere garantita una presenza medica 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (per le CdC hub) e almeno 12/24 ore, 6/7 giorni (per le CdC spoke)”.
“Senza un adeguato investimento sul personale – denuncia la dirigente sindacale – le porte alla gestione da parte del privato sono spalancate, tagliando comunque servizi già esistenti nel Ssn per la copertura economica delle gare d’appalto”.
Il tempo stringe
Occorre fare in fretta, soprattutto ad assumere quelle decisioni indispensabili a far funzionare il sistema. Servono risorse e servono scelte di priorità. La priorità è la salute dei cittadini e delle cittadine o la folle corsa al riarmo?
“A pochi giorni dalla presentazione della prossima legge di bilancio – sottolinea infine la segretaria confederale - occorre rimarcare la necessità di garantire risorse adeguate al servizio sanitario nazionale fino a raggiungere un finanziamento pari al 7,5% del Pil, una delle rivendicazioni contenute nella nostra legge di iniziativa popolare sulla sanità e alla base dello sciopero generale del prossimo 20 novembre. Risorse da destinare alle strutture pubbliche e alla valorizzazione del lavoro per garantire il personale e il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale, oltre alla copertura del turn-over. Sulla garanzia delle risorse necessarie e sulla loro allocazione – conclude Barbaresi - giudicheremo la prossima legge di bilancio. Se non saranno sufficienti, saremo di fronte all’ennesima presa in giro del ministro Schillaci e del governo Meloni”.






























