“Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti”. A parlare è il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che dopo gli arresti seguiti ai disordini degli ultimi giorni annuncia l’intenzione del governo di ampliare la capienza degli istituti penali minorili, valutando anche l’utilizzo di sezioni delle carceri per adulti.

Una visione di giustizia minorile opposta a quanto previsto dal nostro stesso ordinamento. E non serve essere esperti per sapere che, in uno Stato di diritto, il carcere non può diventare la risposta automatica al disagio e alla violenza dei più giovani. E se viene presentato come la soluzione a un problema sociale ed educativo allora più di qualcosa non ha funzionato. 

“La logica sembra essere quella del 'colpirne uno per educarne cento'. Ma la giustizia minorile non può essere usata come uno strumento di intimidazione collettiva. La detenzione non è una risposta educativa e non può sostituire le politiche sociali, il lavoro delle comunità, il sostegno alle famiglie e gli interventi capaci di raggiungere ragazze e ragazzi prima che la loro situazione precipiti”, ha sottolineato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell'Osservatorio sulle carceri minorili di Antigone.

La Costituzione, come sempre, indica una strada precisa. L’articolo 31 impegna la Repubblica a proteggere l’infanzia e la gioventù, favorendone gli istituti necessari a questo scopo. L’articolo 27 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non sono principi astratti, è qui che trova radici l’ordinamento penitenziario minorile. Un sistema che mette al centro la responsabilizzazione, l’educazione, lo sviluppo della personalità e l’inclusione sociale. Il carcere per i minori è l’ultima spiaggia, la privazione della libertà deve confrontarsi con la loro condizione di persone in formazione e con la finalità educativa della giustizia. Prima del carcere ci sono comunità e percorsi individualizzati con l’obiettivo di rendere reale il principio secondo cui la pena è un’occasione di recupero, di ripartenza, di cambiamento, di crescita.

Se gli istituti minorili sono in sofferenza, come sostiene lo stesso ministro, la risposta non può esaurirsi nell’aumento dei posti disponibili. Lo sono perché i fondi sono sempre pochi e il personale non è mai abbastanza e non solo. “I numeri – continua Marietti – raccontano una trasformazione profonda già in corso a causa delle politiche di questo governo. Alla fine del 2022, negli istituti penali per minorenni erano detenute 381 persone, ad agosto 2026 erano 550. Una crescita che ha portato il sovraffollamento a diventare un problema strutturale anche nel sistema minorile, con conseguenze sulle condizioni di vita, sulle attività educative e sulla possibilità di costruire percorsi individualizzati”.

E da un ministro della Repubblica ci si aspetterebbe la volontà di investire nei investire nei servizi educativi e sociali, rafforzare le misure alternative e garantire percorsi capaci di interrompere le traiettorie della violenza. Ma, come ribadisce Susanna Marietti “non c’è alcuna logica di prevenzione criminale nell'aumentare semplicemente i posti detentivi. La sicurezza non si costruisce moltiplicando le celle, né trattando il carcere come la risposta ordinaria alle difficoltà e ai comportamenti dei più giovani". E invece, ancora una volta, il governo sceglie la via della repressione.