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Capita una domenica pomeriggio di metà ottobre di recarsi in un grande ospedale della capitale, appuntamento alle 15 per effettuare una risonanza magnetica. Però, il primo pensiero alla scoperta che anche di giorno festivo è possibile effettuare un esame delicato in una struttura pubblica. Poi si scopre che sì, l’esame sarà effettuato ma in un nosocomio assolutamente vuoto, talmente vuoto che la metà degli ascensori è bloccato, che non c’è personale amministrativo ad accogliere chi arriva, una sola infermiera e una sola dottoressa. Meglio di nulla certo, ma.
C’è poi la realtà dei numeri, quelli che dicono che a livello nazionale la promessa di abbattimento delle liste di attesa non è stata mantenuta, anzi, che tra le prime cause per l’abbandono del servizio sanitario c’è proprio l’impossibilità di effettuare le prestazioni necessarie. Vale per chi può andare nel privato e pagare, la spesa di tasca dei cittadini è arrivata a 42 miliardi, ma vale anche, ed è qui lo scandalo, per chi semplicemente non si cura: quasi 6 milioni di cittadini e cittadine.
La doccia fredda
La doccia fredda arriva dalla Corte dei Conti, pubblica un Rapporto sullo stato di “Attuazione delle misure finalizzate alla riduzione delle liste di attesa” e si scopre che il governo Meloni, nel 2024 ha approvato un decreto che avrebbe dovuto risolvere il problema, ma che in realtà quelle promesse sono rimaste nel vento. E non è questione di soldi o solo di soldi. Dove sono allora le responsabilità? Mancanza di personale, mancanza di organizzazione.
Non è solo questione di soldi
Scrivono i magistrati contabili che tra il 2022 e il 2025 “lo Stato ha destinato ingenti risorse economiche, circa 1.845 milioni di euro alla riduzione delle liste di attesa”. Non poco certo, ma è sempre la Corte a certificare che “l'effettivo utilizzo delle risorse non risulti ancora pienamente soddisfacente e come in diversi casi le disponibilità finanziarie non si siano tradotte con la necessaria rapidità in un incremento strutturale dell'offerta sanitaria”.
La banalità delle cause
Se le risorse ci sono, perché le liste di attesa non vengono abbattute? La diagnosi è banale: manca personale e quando si decide di assumere non si riescono a trovare le figure professionali necessarie. E se questa è la malattia, la cura è una e una sola. Lo dice da anni la Cgil insieme alla Fp Cgil: occorre un piano straordinario di assunzioni, ma occorre anche che le condizioni di lavoro siano dignitose, sia dal punto di vista economico che da quello dell’organizzazione del lavoro.
Mancano informazioni omogenee
Per capire e affrontare il problema, è sempre la Corte a definirlo come “una criticità strutturale del servizio sanitario”, servirebbe un sistema di governo in grado di controllare e conoscere ciò che accade, e invece nonostante sia passati due anni dal decreto che istituiva la nuova Piattaforma nazionale per le liste di attesa, le informazioni che arrivano dalle regioni siano scarse e non omogenee.
Le risorse, dunque
Veniamo ai numeri. Secondo la Corte dei 1845 milioni stanziati per il triennio 2022-2025, ne sono stati utilizzati solo 1589, che fino hanno fatto gli altri 300? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende, diceva uno che ne capiva. E allora è sempre la Corte ad adombrare che potrebbe darsi che una parte delle risorse per le liste di attesa venga impiegato dalle Regioni per altro. Per altro, visti i tagli su tagli che le Regioni, come gli altri Enti Locali, subiscono dal Governo e visti gli stanziamenti per la sanità assolutamente insufficienti, è comprensibile che chi governa il territorio destini ciò che ha dove ritiene esserci più bisogno.
Aumenta la richiesta
Vero è che, inoltre, si registra anche un aumento delle prestazioni. Nel 2024, tra pubblico e privato accreditato, sono state erogate complessivamente 783,9 milioni di prestazioni, contro i 751,4 milioni dell’anno precedente: un incremento del 4,3%, pari a circa 32,4 milioni di prestazioni aggiuntive. Perché? Presto detto, la popolazione italiana invecchia, l’invecchiamento porta con sé l’aumento dei bisogni di salute e di cura.
La diagnosi è chiara, la cura?
Alcune “medicine” indicate dalla Corte dei Conti per abbattere le liste di attesa le abbiamo già “raccontate”: aumento del personale non solo medico e infermieristico ma di tutte le professioni sanitarie, magari sarebbe anche il caso di far saltare il vincolo del tetto per le spese del personale ormai anacronistico. Serve migliorare la governance ma c’è una terza indicazione che appare rilevante ma che porta con sé criticità. Secondo la Corte dei Conti la chiave di volta potrebbe stare nelle case e negli ospedali di comunità. È “fondamentale la piena attuazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e dal D.M. 77 del 2022”.
Due le domande allora, forse la riduzione del numero delle prime e delle seconde imposte da Meloni e i suoi ministri nelle prime revisioni del Piano è stata sbagliata? E poi, come si può mai pensare di far funzionare pienamente queste strutture se nelle leggi di bilancio non vengono stanziate le risorse di spesa corrente necessarie? La strada non può essere quella della privatizzazione che, come abbiamo visto non funziona. La manovra 2027 e in fase di scrittura si aspettano notizie positive!


























