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Il 20 novembre l’Italia si ferma. La Cgil ha proclamato uno sciopero generale nazionale di 24 ore, per tutti i settori pubblici e privati, per contestare le politiche economiche e sociali del governo Meloni e chiedere un cambiamento radicale delle priorità del Paese. Al centro della mobilitazione ci sono salari, pensioni, sanità, scuola, fisco, precarietà e diritto alla casa. Ma anche la richiesta di fermare la corsa al riarmo e destinare maggiori risorse ai bisogni delle persone.
Una giornata di protesta che nasce da una convinzione: mentre aumenta il costo della vita, diminuiscono le tutele e si allargano le disuguaglianze, la legge di bilancio non offre risposte adeguate a lavoratori, pensionati e giovani.
Salari sempre più leggeri, prezzi sempre più alti
La prima ragione dello sciopero è nelle buste paga e nei carrelli della spesa. L’inflazione degli ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto, mentre i rincari energetici continuano a pesare sui bilanci familiari. Per la Cgil “le misure adottate dal governo sono insufficienti a contrastare un impoverimento che riguarda anche chi ha un'occupazione stabile”.
Da qui la richiesta di “sostenere i rinnovi dei contratti collettivi, pubblici e privati, affinché consentano non soltanto di recuperare quanto perso con l'inflazione, ma anche di aumentare realmente i salari”. Per il pubblico impiego servono “ulteriori stanziamenti, mentre per i pensionati il sindacato rivendica la piena rivalutazione degli assegni”.
Il fisco che penalizza chi lavora
Un altro nodo centrale è quello fiscale. Il sindacato di Corso Italia denuncia “un sistema che continua a gravare soprattutto sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, senza garantire un’effettiva progressività della tassazione”.
Tra le questioni irrisolte c’è il fiscal drag, il drenaggio fiscale che si verifica quando gli aumenti nominali delle retribuzioni, necessari a compensare l’inflazione, determinano un maggiore prelievo tributario, riducendo il beneficio effettivo per chi lavora. Il sindacato chiede la restituzione delle somme sottratte attraverso questo meccanismo, l’indicizzazione dell’Irpef all’inflazione, una distribuzione più equa del carico fiscale e una lotta efficace all’evasione.
Più risorse per la sanità, meno per le armi
C’è poi una questione di priorità politiche. La Confederazione contesta la scelta del governo di aumentare le spese per il riarmo mentre sanità pubblica, istruzione, politiche sociali e assistenza alle persone non autosufficienti continuano a soffrire per la carenza di finanziamenti.
Le conseguenze si misurano nella vita quotidiana: liste d’attesa interminabili, difficoltà di accesso alle cure, servizi territoriali insufficienti, scuole e università che necessitano di maggiori investimenti. Per la Cgil “la sicurezza di un Paese si costruisce anche garantendo il diritto alla salute, all’istruzione e a una vita dignitosa. E la legge di bilancio dovrebbe partire proprio da queste esigenze”.
Pensioni, la promessa mancata
La previdenza è un altro terreno di scontro. Il sindacato chiede di “bloccare l’aumento dell’età pensionabile” e di intervenire su un sistema che rischia di allontanare ulteriormente il momento del pensionamento.
Accanto alla piena rivalutazione degli assegni, resta la necessità di garantire condizioni previdenziali più eque, soprattutto per chi svolge lavori gravosi e per le nuove generazioni, alle prese con carriere discontinue e retribuzioni insufficienti.
Lavoro, industria e crisi aziendali
Lo sciopero riguarda anche il futuro produttivo del Paese. La Cgil denuncia “l’assenza di una strategia industriale capace di affrontare le trasformazioni tecnologiche e ambientali, sostenere le imprese e difendere l’occupazione”. Le crisi aziendali si moltiplicano, intere filiere produttive attraversano difficoltà e numerosi territori, soprattutto nel Mezzogiorno, rischiano di pagare un prezzo altissimo.
“Servono – sottolinea la Cgil – investimenti, politiche industriali, strumenti di tutela occupazionale e un ruolo attivo dello Stato nelle transizioni”. Non basta gestire le emergenze quando esplodono le vertenze: “Occorre prevenirle e costruire prospettive di sviluppo”.
Giovani, precari e senza casa
Una parte importante delle rivendicazioni riguarda le nuove generazioni. Studiare costa sempre di più, trovare un’abitazione è diventato proibitivo in molte città e l’ingresso nel mercato del lavoro continua troppo spesso a coincidere con contratti precari e salari bassi. La Cgil chiede “interventi concreti sul diritto allo studio, politiche pubbliche per l'abitare e misure strutturali contro la precarietà”. Il diritto a costruirsi un futuro, per il sindacato, “non può dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine né essere rinviato indefinitamente”.
La sicurezza sul lavoro non può aspettare
Tra le ragioni della protesta c’è anche la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La Confederazione rivendica interventi più incisivi per prevenire infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro. La tutela della vita di chi lavora deve diventare una priorità effettiva, sostenuta da investimenti, prevenzione, controlli e responsabilità lungo tutta la catena degli appalti.
Una legge di bilancio da cambiare
Tutte queste rivendicazioni convergono in una richiesta politica precisa: aprire un confronto vero sulla legge di bilancio e modificare le scelte economiche del governo. Per la Cgil non si tratta soltanto di contestare singoli provvedimenti, ma “di mettere in discussione un modello che destina risorse al riarmo senza affrontare adeguatamente l’emergenza salariale, il declino dei servizi pubblici e le crescenti disuguaglianze”.
Lo sciopero del 20 novembre vuole riportare al centro dell’agenda politica il lavoro, i diritti sociali e la redistribuzione della ricchezza. Perché un Paese nel quale lavorare non basta più per vivere dignitosamente ha un problema che nessuna propaganda può nascondere.
Come si svolgerà lo sciopero?
L’astensione dal lavoro interesserà l'intera giornata del 20 novembre 2026 e coinvolgerà tutti i settori pubblici e privati, compresi i servizi in appalto e quelli strumentali. La mobilitazione si svolgerà nel rispetto della legge 146 del 1990 e delle successive modifiche. Nei servizi pubblici essenziali saranno garantite le prestazioni indispensabili secondo le procedure e le disposizioni previste per ciascun settore.























