Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, un tema che raramente buca le rassegne quotidiane nel main stream. Eppure gli ultimi dati Inail ci dicono che le malattie professionali sono aumentate del 16,3%, gli infortuni del 5,1%, i morti del 2%. Sono i dati ufficiali che l’istituto ha raccolto al 30 agosto 2026. Purtroppo, non è una novità. La tendenza va a confermare ciò che le operatrici e gli operatori dell’Inca, il patronato della Cgil, potrebbero raccontarci ogni giorno alla fine di un turno di lavoro allo sportello: nel nostro Paese ci si continua ad ammalare e a morire di lavoro. Ma la realtà è più ampia di quella che emerge dalle statistiche, e a pesare è anche il modo, e i tempi, con cui oggi si arriva al riconoscimento dei danni da lavoro. “Modi e tempi che si allungano anche e soprattutto per la carenza di medici e personale amministrativo: servono assunzioni”, afferma, ai microfoni di Collettiva, Sara Palazzoli del collegio di presidenza dell’Inca Cgil.

Non solo, perché l’Inca, nella sua denuncia, sottolinea anche quanto emerge dall’analisi della Consulta interassociativa italiana per la prevenzione (Ciip). “Le denunce di malattia professionale hanno superato le 88.000 nel 2024 e sfiorato le 98.500 nel 2025. Le persone che chiedono il riconoscimento di una malattia professionale sono quindi sempre di più. Nello stesso periodo – spiega Sara Palazzoli –, la quota di patologie riconosciute dall’Inail mostra una tendenza alla riduzione. Ci sono dunque più domande da esaminare, a fronte di una carenza di medici e di personale. La Ciip aggiunge un altro elemento, che riporta lo sguardo ai territori. La percentuale di domande accolte va dal 20% al 60% a seconda della sede provinciale, anche all’interno della stessa regione. Una forbice così ampia solleva dubbi sull’uniformità di trattazione e sulla parità di tutela. Per Inca, il riconoscimento di un diritto non dovrebbe dipendere dalla provincia in cui si presenta la domanda”.