Altro che quota 41. Altro che riforma o cancellazione della Fornero come promesso con enfasi in campagna elettorale: nel Def sulla previdenza non c’è nulla. Zero risorse. E non è un caso, allora, che le pensioni siano uno dei capitoli più importanti della piattaforma delle tre mobilitazioni di maggio decise da Cgil, Cisl e Uil per ottenere un cambiamento delle politiche industriali, economiche, sociali e occupazionali. “Il messaggio è chiaro – spiega a Collettiva Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil con delega alla previdenza –.  L’annuncio della ministra Calderone del rinvio del tavolo attivato all’inizio dell’anno a settembre e la mancanza di risorse nel Def dimostrano che non c’è alcuna volontà, non dico di fare interventi di riforma strutturale, ma nemmeno di confermare quelle poche misure, che abbiamo comunque considerato sempre insufficienti e parziali, contenute nell’ultima legge di bilancio”.

Ti riferisci a quota 103?
Esatto, scadrà a dicembre 2023 e nel Def non viene rifinanziata. Avevano annunciato che alla prima occasione avrebbero cancellato la Fornero e non solo non hanno fatto un solo passo in quella direzione, ma hanno addirittura peggiorato la situazione vigente: emblematico l’intervento su Opzione donna, una misura che certamente presenta tante criticità, ma la cui cancellazione di fatto rappresenta un pessimo segnale politico.

Quale?
Le donne sono quelle che hanno subito gli effetti peggiori delle riforme previdenziali degli ultimi 15 anni. Ebbene, a fronte di tutto ciò vengono addirittura ristretti i pochi spazi di uscita anticipata che avevano con Opzione donna, peraltro con forti penalizzazioni economiche.

Per Quota 103 si parla di una sua riproposizione a settembre, magari con qualche ulteriore restrizione...
Sappiano che se l’idea è quella di riproporci in autunno l'ennesima quota, non lo accetteremo. Si continua a parlare di deroghe parziali e temporanee che non solo confermano la Fornero ma che sono sempre riferite a un target che corrisponde a quello dei lavoratori maschi e con una carriera continua in aziende medio-grandi. Da queste deroghe parziali rimangono sempre fuori i soggetti più fragili: giovani, donne e lavoratori di alcuni settori, come edilizia e agricoltura, che non riusciranno mai a raggiungere 41 anni di contributi necessari per accedere alla pensione. Insomma, i motivi per scendere in piazza sono non solo confermati, ma sempre più rafforzati col passare dei giorni.

Altro tema centrale nella piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil è quello dei lavori gravosi.
Si: va riconosciuto il principio per cui “i lavori non sono tutti uguali”. È necessario valorizzare il lavoro gravoso e allargare la platea dei lavori usuranti.

E poi, dicevi, i giovani...
È la vera emergenza: siamo in presenza di una bomba sociale a orologeria. È la ragione principale per riformare la Fornero. L’attuale sistema consegna ai giovani una prospettiva previdenziale insostenibile, con assegni da fame che avranno peraltro dopo i 70 anni d’età. Ribadiamo dunque che serve una pensione contributiva di garanzia che non avrebbe tra l’altro neanche costi immediati. Occorre insomma costruire una prospettiva che incentivi i giovani ad accumulare contributi, a essere attivi nel mercato del lavoro e nei percorsi formativi.

Il tema del futuro previdenziale dei giovani è però legato a doppio filo, in un sistema contributivo, a quello del lavoro.
Certo: le pensioni da fame a cui si arriva in età avanzata sono il riflesso futuro di un presente fatto di precarietà e salari bassissimi. Per rendere sostenibile il sistema e garantire una pensione dignitosa ai giovani la prima leva è quella di rimettere al centro il lavoro stabile e retribuito adeguatamente, superando precarietà e lavoro povero, e allargando in questo modo la base contributiva del sistema previdenziale.

Che poi è un altro dei temi importanti delle mobilitazioni di maggio...
Certo: la battaglia contro il lavoro precario parla implicitamente – ma direttamente – anche dei diritti previdenziali di lavoratrici e lavoratori.

Solo che il governo si appresta a deregolamentare il lavoro a termine rispetto al quale nel decreto dignità era stato messo qualche paletto.
Ecco, per tutto ciò che abbiamo detto, questa è davvero l’ultima cosa di cui avremmo bisogno.

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