Quando si va in pensione è ormai una domanda che riguarda tutti, non solo chi è vicino alla fine della vita lavorativa. In un Paese segnato da precarietà e salari bassi, il tema tocca soprattutto i più giovani, quelli che pagano il prezzo più alto delle scelte dell’attuale esecutivo. Dal 2026 le vie di uscita si riducono drasticamente. Con la cancellazione di Quota 103 e Opzione donna restano solo i due canali ordinari, vecchiaia e anticipata, così come disegnati dalla riforma Fornero.

La regola è semplice e dura. Per la pensione di vecchiaia servono 67 anni di età e almeno 20 di contributi. Per l’anticipata occorrono oltre 42 anni di versamenti, indipendentemente dall’età, con una finestra di attesa di tre mesi. Un meccanismo che, nei fatti, porta uomini e donne a lavorare più di 43 anni prima di poter lasciare il lavoro. Una prospettiva che rende sempre più incerto il diritto alla pensione, soprattutto per chi ha carriere discontinue.

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In questo quadro si colloca l’Ape sociale, confermata ma ulteriormente irrigidita. Non è una pensione, bensì un sostegno temporaneo che accompagna alcune categorie fragili verso l’uscita definitiva. L’età di accesso è stata innalzata a 63 anni e 5 mesi, mentre i requisiti contributivi variano a seconda delle condizioni. Un aiuto parziale, limitato nel tempo e nell’importo, che non scalfisce l’impianto complessivo del sistema.

Il nodo centrale resta l’aggancio automatico alla speranza di vita. Una scelta introdotta nel 2010 dal governo Berlusconi, che lega l’età pensionabile ai dati Istat. Se si vive più a lungo, si lavora più a lungo. Dopo la parentesi pandemica, l’aspettativa di vita torna a crescere e con essa i requisiti. Dal 2027 scatteranno nuovi aumenti, distribuiti nei due anni successivi per effetto della legge di bilancio e del decreto pubblicato a fine dicembre. Altro che blocco promesso a gran voce da questo esecutivo.

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Il risultato è un calendario che si allunga progressivamente. Nel 2027 e nel 2028 l’uscita slitta di mesi, sia per la vecchiaia sia per l’anticipata. E le proiezioni parlano chiaro. Senza una riforma strutturale, ogni biennio porterà un ulteriore allungo. “Così si condanna un’intera generazione a lavorare sempre di più per avere sempre meno”, denuncia la Cgil, che chiede di superare gli automatismi e di introdurre criteri di flessibilità e giustizia. La previdenza, ricordano dal sindacato, non può essere solo una variabile contabile ma un diritto legato alla qualità del lavoro e della vita.

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