Mai considerare conclusa una giornata quando alla Casa Bianca abita Donald Trump. La Corte Suprema gli smonta mezza impalcatura dei dazi e lui, con l’aria di chi rilancia al tavolo verde, annuncia un dieci per cento globale. Passano poche ore e diventa quindici. La politica commerciale americana ridotta a televendita notturna, con supplemento di orgoglio nazionale in omaggio.

Il tycoon non lascia, raddoppia. I giudici diventano pavidi, i partner commerciali ladri seriali, l’America una vittima generosa che ha trovato il suo vendicatore. Peccato che il vendicatore cambi cifra a ogni post su Truth. Dieci, quindici, indagini a pioggia, nuove tariffe “più grandi che mai”. Wall Street esulta al mattino e trattiene il fiato al pomeriggio. L’economia globale vive in refresh continuo.

Per aggirare lo schiaffo della Corte si cambia cornice, si riscrive l’ordine, si proclama la piena legittimità dell’ennesimo balzello. Centocinquanta giorni di dazio, poi eventualmente il Congresso. Intanto partono altre indagini, altre audizioni, altra burocrazia travestita da crociata. Il libero mercato evocato nei comizi osserva dall’angolo, mentre Washington decide chi paga e chi viene graziato.

Le esenzioni raccontano più di mille slogan. Fuori farmaci, energia, auto, aerospazio, libri. Dentro il resto del mondo, a rotazione. Se il dazio è un’arma patriottica, colpisce con cautela chirurgica ciò che conviene colpire. La retorica parla di fabbriche che rientrano e salari che salgono, i numeri ricordano un debito estero mastodontico e una dipendenza intrecciata con chi si accusa di saccheggio.

Alla fine della fiera resta un dato politico, nudo e ruvido. La prima economia del pianeta viene governata a colpi di post, con la percentuale trasformata in clava e l’incertezza elevata a dottrina. Gli alleati trattano sul filo, le imprese fanno i conti con il rischio sovrano, i mercati oscillano in un elettrocardiogramma nervoso. Altro che America first. Qui domina l’America mood, variabile quotidiana elevata a strategia globale.