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L'appello

Calabria senza cura

Maria Antonia Fama
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Nella Regione, dove la sanità è commissariata da dieci anni, mancano gli ospedali. Medici, infermieri e operatori sono in affanno. E i pazienti devono andare fuori

Avere un problema di salute, in Calabria, significa anche avere il problema di come curarlo. Dieci anni di commissariamento della sanità hanno aggravato lo stato delle cose, rimasto critico. È per queste ragioni che ieri (8 luglio), davanti alla sede della Regione a Catanzaro, c’erano pazienti, medici, infermieri, operatori sanitari. Nel corso del sit-in di protesta, le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno incontrato gli assessori alle Politiche sociali, Gianluca Gallo, e al Bilancio, Francesco Talarico. Ma hanno anche chiesto al governo centrale di occuparsi di un sistema sanitario “allo sfascio”. Come “l’uomo che perdi i pezzi” di Gaber, curare e curarsi significa, in questa regione, confrontarsi con una lista infinita di perdite e di carenze quotidiane.

 

 

La chiusura degli ospedali che erano al di sotto di determinati standard di utenza (come il minimo di 500 parti nel caso di ostetricia) hanno desertificato il servizio e smontato, pezzo dopo pezzo, la sanità territoriale. In una regione costituita prevalentemente da piccoli borghi, comunità montane, centri impervi da raggiungere, quando l’ambulanza arriva è spesso troppo tardi. Perché arriva da troppo lontano. Anche gli ospedali funzionanti, in città più grandi come Cosenza o Reggio Calabria, hanno reparti chiusi o attivi al 50%, strutture che necessitano di essere risistemate. Il personale si confronta, quotidianamente, con la scarsità degli strumenti di uso comune, macchinari rotti oppure obsoleti. Nella prima fase dell’emergenza Covid-19, totalmente sguarniti, in molti hanno dovuto procurarsi autonomamente i dispositivi di protezione.

Medici, operatori socio-sanitari, infermieri, ausiliari, fanno anche i conti tutti i giorni con il limite umano. Per ogni Oss, la media è di 25, 30 pazienti da seguire. Medici e infermieri faticano, mentre il turn over è bloccato. E anche nei reparti di ostetricia più all’avanguardia, piccole oasi nel deserto, si deve fare la lista dei parti più urgenti e di quelli che possono aspettare, per via dell’elevato numero di gestanti che arrivano, anche da molto lontano. Il personale sanitario in Calabria, però, non manca. È proprio questo il paradosso, che diventa palese quando viene indetto un concorso (succede raramente) e capita che nessuno vi partecipi. I giovani laureati della facoltà di Medicina di Catanzaro, infatti, non di rado scelgono di partire. Andare fuori significa avere opportunità lavorative più valide e allettanti del reparto di un ospedale semi-abbandonato, accessibile per metà. Ecco perché, come i sindacati chiedono da tempo, per risolvere il problema della sanità si deve partire da un approccio olistico, che cambi tutto, contemporaneamente.

Se alla facoltà di medicina mancano diverse specializzazioni, anche il territorio ne viene privato, in termini di possibilità di diagnosi e di cure. E qui si arriva all’anello debole della catena, il paziente. Per un calabrese, ammalarsi vuol dire, spesso, perdere giorni e settimane preziose bloccato in una lista d’attesa. Ma soprattutto, significa nella maggior parte dei casi diventare, suo malgrado, un paziente fuori sede. Dopo la prima visita e le diagnosi incerte, fare ricerche di posti fuori, a Roma, Milano, Torino, sperando che tra le mille difficoltà non ci sia anche quella di essere accettati, venendo da un’altra regione. Inizia così un calvario di viaggi lunghissimi, ogni quindici o venti giorni, con pullman, aerei, treni, dalla zona d’Italia in cui il secondo problema più grave, dopo la sanità, sono le infrastrutture. In altri casi, la situazione non consente di viaggiare e bisogna trasferirsi, scelta che comporta la ricerca di una casa.

Alla sofferenza per la malattia, si sommano lo sfinimento dei viaggi, i costi triplicati per le cure e per la vita quotidiana. Senza contare che l’impossibilità di essere curati vicino casa implica costi molto più alti non solo per il paziente, ma per lo stesso bilancio regionale. E a proposito di casa, sono sempre più frequenti le situazioni in cui le strutture non possono garantire l’assistenza domiciliare per i malati che ne hanno bisogno. Come denunciato ieri in piazza dalle organizzazioni sindacali e dai lavoratori, la fase di emergenza è diventata cronica. Ma il primo passo per ripartire, è quello che porta fuori dal commissariamento, verso pratiche ordinarie (e diverse dal passato) di gestione del sistema sanitario regionale.