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Il 2026 parte come si era chiuso il 2025: senza ordini, con poco lavoro e con un ricorso agli ammortizzatori sociali che resta elevato. Nel tessile e nell’abbigliamento non si intravedono segnali di inversione e nei distretti cresce la preoccupazione per una crisi che comprime occupazione e redditi.
A caratterizzare questo avvio d’anno è soprattutto la durata delle richieste di cassa integrazione, che non si concentrano più nelle prime settimane. “Le richieste coprono, in gran parte, gennaio, febbraio e marzo, segno che non c’è ancora visibilità certa di ordini per le prossime settimane”, afferma Juri Meneghetti, segretario generale della Filctem Cgil Prato-Pistoia. Una condizione che coinvolge lavoratrici e lavoratori già da mesi interessati dagli ammortizzatori sociali, con salari ridotti e prospettive sempre più fragili. “Siamo davvero preoccupati per il protrarsi di questa situazione di difficoltà generale della moda, la crisi picchia ancora in modo deciso”.
Le Pmi schiacciate da un mercato fermo
Le piccole e medie imprese – orditure, spalmature, filature – faticano a reggere gli effetti di un mercato fermo, condizionato dalle tensioni geopolitiche e dalle scelte dei grandi brand, che smaltiscono le scorte e rinviano nuovi ordini in un contesto instabile. Uno scenario che richiama quanto avvenuto già a settembre, quando molte aziende avevano scelto la chiusura prolungata per la mancanza di commesse.
Il blocco degli ordini si traduce in una fragilità crescente lungo tutta la filiera, dove le imprese più piccole risultano esposte e con minori margini finanziari per assorbire una crisi che si sta rivelando più lunga del previsto.
Export in caduta e licenziamenti a raffica
L’avvio del 2026 si innesta su un quadro già compromesso nel biennio precedente. La filiera della moda toscana arriva da una fase di forte arretramento: il fatturato legato all’export ha perso oltre un quinto rispetto ai livelli storici e i licenziamenti per motivi economici hanno colpito in modo pesante il comparto.
Su circa seimila licenziamenti registrati nel manifatturiero regionale nel 2024, circa quattromila hanno riguardato proprio la moda. “Numeri drammatici”, hanno denunciato Cgil e Filctem Cgil Toscana, parlando di una situazione capace di mettere a rischio “l’intero tessuto produttivo regionale”.
Una crisi più profonda rispetto agli altri settori
Il rallentamento ha interessato più settori industriali, ma la moda ha mostrato segnali più accentuati. “Particolarmente allarmante è la situazione che presenta nell’export valori negativi doppi rispetto agli altri in difficoltà”, hanno sottolineato i sindacati. Nel primo trimestre del 2025 la contrazione media delle esportazioni ha superato il 20%, rafforzando l’idea di una crisi strutturale e non più congiunturale. Un dato che pesa ancora di più se si considera il ruolo strategico del comparto nel sistema economico regionale.
L’impatto è rilevante per un settore che rappresenta uno dei pilastri dell’economia toscana, con oltre 110 mila addetti e un peso vicino al 40% dell’intero manifatturiero regionale. Anche i dati sulla cassa integrazione confermano la profondità delle difficoltà, con una crescita costante negli ultimi anni e un aumento marcato della cassa straordinaria, indicata dai sindacati come il segnale più evidente di una crisi che non può più essere considerata temporanea.
L’appello dei sindacati: serve un nuovo modello industriale
“Non possiamo più aspettare – spiegano in una nota Fabio Berni per la Cgil Toscana e Pina Angela De Vincenti e Loris Mainardi per Filctem Toscana –. Serve urgentemente un modello industriale che metta al centro il lavoro qualificato ed equamente retribuito, la presenza territoriale delle produzioni e che affronti i fattori critici, sempre più determinanti per lo sviluppo industriale”.
Un modello che, secondo i sindacati, deve puntare su digitalizzazione, innovazione tecnologica, formazione, crescita della dimensione aziendale anche attraverso processi di aggregazione, sviluppo di sistemi di servizi capaci di favorire un’economia circolare efficiente e di mobilitare investimenti significativi sul territorio. Una svolta ritenuta ormai indispensabile per evitare che la crisi della moda diventi irreversibile.




























