Il referendum del 22 e 23 marzo non riguarda la separazione delle carriere in magistratura. Lo dicono gli stessi esponenti della maggioranza, con una franchezza che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica del Paese. In gioco c’è il rapporto tra i poteri dello Stato: il disegno è subordinare strutturalmente la magistratura all’esecutivo, e con essa ogni argine di legalità che ancora resiste all’offensiva autoritaria del potere esecutivo.

Come Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia – che dal 1998 rappresenta strutturalmente la componente più precaria e meno tutelata del sistema della ricerca pubblica – abbiamo assunto una posizione chiara per il No alla riforma Nordio.

Non lo facciamo per spirito corporativo, né per una difesa acritica dell’ordine giudiziario. Lo facciamo perché riconosciamo in questa riforma un tassello di un progetto politico più ampio, che colpisce l’autonomia di ogni istituzione repubblicana. Chi oggi mette le mani sull'indipendenza della magistratura è lo stesso che ha fatto emergere l’intenzione di comprimere la democrazia e l’autogoverno del sistema universitario e della ricerca. Il filo è lo stesso: indebolire ogni spazio di autonomia critica, nei tribunali come negli atenei.

Il cuore della riforma Nordio non è tecnico ma politico. Il meccanismo del sorteggio è pensato per garantire alla politica il controllo sugli equilibri interni dei due Consigli superiori della magistratura. L’Alta corte disciplinare, la cui azione potrà essere promossa anche dal ministro della Giustizia, completa il quadro: un apparato in cui il potere esecutivo può orientare, condizionare e, in ultima istanza, intimidire chi è chiamato a giudicare la legittimità dell’operato della politica.

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Noi che viviamo sulla nostra pelle gli effetti della compressione del dibattito democratico – noi a cui è stato negato il voto fuori sede, noi che vediamo il Parlamento ridotto a organo di ratifica della decretazione d’urgenza – sappiamo che questa riforma non porta verso un diritto penale più giusto né verso una giustizia più efficiente. Porta verso un sistema in cui chi governa non tollera contropoteri. E non si può sottovalutare che, in caso di vittoria del Sì, l'intera legislazione attuativa sarà nelle mani di questa maggioranza: la stessa che ha introdotto decine di nuovi reati, che ha compresso il dibattito parlamentare fino a renderlo irriconoscibile, che ha fatto della decretazione securitaria ed emergenziale una cifra identitaria. A loro sarebbe affidata la definizione degli illeciti disciplinari della nuova Alta corte e la composizione della sua componente laica.

La nostra legge fondamentale è il disegno politico più alto di cui disponiamo: non possiamo ridurre un voto sulla Costituzione a un auspicio. Il 22 e 23 marzo, la risposta è No.

Davide Clementi, Segretario nazionale dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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