Si è tenuto lunedì 9 febbraio un incontro fra Stellantis e le organizzazioni sindacali sullo smart working e sulla comunicazione di Acc rispetto alla decisione di abbandonare definitivamente il progetto della gigafactory a Termoli. In tema di smart working, l’azienda ha comunicato la volontà di prevedere il lavoro in presenza tre giorni su cinque alla settimana nel 2026 e cinque giorni su cinque in presenza nel 2027.

“La scelta di rinunciare allo smart working è sbagliata – commentano Samuele Lodi (segretario nazionale Fiom Cgil) e Ciro D’Alessio (coordinatore nazionale automotive Fiom Cgil) - visto che in molti casi rappresenta un elemento attrattivo soprattutto per le nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori. Inoltre, è necessario tenere conto delle esigenze di chi in questi anni ha organizzato la propria vita sulla base dell’attuale organizzazione aziendale”.

Riguardo alla questione della gigafactory a Termoli, per la Fiom è prioritario trovare una soluzione per i 34 dipendenti attualmente allocati in Francia e dipendenti di Acc. “Stellantis si è resa disponibile, sulla base dei profili professionali di ciascun lavoratore, a trovare soluzioni utili alla ricollocazione”, affermano i due dirigenti sindacali: “Abbiamo chiesto di avviare un confronto sulle prospettive per il sito di Termoli e per il 6 marzo è già stato calendarizzato un incontro, allargato alle strutture territoriali, dove si discuterà delle prospettive per il sito”.

Per la Fiom occorre “anticipare il lancio dei progetti già annunciati, come il Gse adeguato agli standard Euro 7 e l’arrivo di nuovi cambi per motori ibridi Edct. Come abbiamo già ribadito, la decisione di abbandonare il progetto della gigafactory a Termoli da parte del consorzio Acc, di cui Stellantis è maggiore azionista, è un errore strategico, che rischia di aumentare ulteriormente il ritardo tecnologico nei confronti dei competitor, soprattutto asiatici”.

Lodi e D’Alessio così concludono: “Il governo deve affrontare la situazione in maniera seria e trasparente, convocando immediatamente un tavolo a Palazzo Chigi per discutere del futuro dell’auto nel nostro Paese, partendo proprio dalla scelta di abbandonare l’unico progetto che poteva garantire all’Italia la produzione di batterie e ridurre la dipendenza dai produttori esteri”.