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“C'è un'ingiustizia che dilaga, nel Paese e nella nostra città: il razzismo, che diventa sempre più istituzionale”. La Cgil di Torino annuncia con questa constatazione la prima assemblea “Diritti lavoratrici lavoratori migranti”, un percorso condiviso di partecipazione e ascolto per raccogliere testimonianze, richieste, bisogni delle persone con background migratorio. L’appuntamento è l'11 febbraio, alle 17.30, presso la Camera del lavoro di Torini, in Via Pedrotti 5.
Il razzismo “si porta dietro l'esclusione, la marginalizzazione, la volontà di allontanare chi non rientra nei canoni definiti dal potere dominante. Si lasciano i barconi affondare, le vite scivolare nel freddo e nella miseria, le coscienze impolverarsi e pian piano soffocare – si legge in un post di Elena Ferro, della segreteria Cgil Torino –.
E quelli che "servono" allo scopo, inevitabilmente, le lavoratrici e i lavoratori che devono occuparsi delle nostre madri e dei nostri padri, perché lo Stato non lo fa più, di raccogliere cibo sano e naturale, perché noi, gli autoctoni, non lo facciamo più. Di servire ai tavoli dei ristoranti in cui mangiamo, di pulire le fabbriche in cui lavoriamo, di permettere a chi fa i soldi con la moda di farne ancora di più.
Questo popolo migrante che fugge dalla povertà, dalla guerra, dalla fame e dalle violenze, arriva nelle nostre città, cosa chiede? Lavoro. Solo lavoro. Spesso non trova che povertà, sfruttamento e, in ultima analisi, un Cpr”.
Elena Ferro ci ricorda che il territorio dell’intera provincia di Torino, “come tante altre città d'Italia, è popolato da molte lavoratrici e lavoratori che sono invisibili. Invisibili nei bisogni che esprimono, nei problemi che hanno e nelle condizioni che rappresentano.
La Cgil torinese, anche in relazione alle scelte del sindacato in maniera più più ampia, sta riorganizzando una presenza sul territorio in ambiti di sindacalizzazione con una prima assemblea della Camera del Lavoro a lavoratrici e lavoratori migranti che sono già iscritti alla nostra organizzazione, ma che non hanno mai trovato un luogo in cui rappresentare i propri bisogni, le proprie valutazioni, le proprie critiche, le proprie emergenze perché non sono centrali nel dibattito politico e sociale e nemmeno all’interno delle organizzazioni che li rappresentano”.
Inoltre lo scopo è anche quello di “segnare un forte elemento di rottura con un silenzio all'interno di una città che si occupa certamente di dare le prima assistenza ai migranti, ma che sta dentro un Paese in cui queste persone sono considerate un pericolo, un problema da allontanare e possibilmente a chilometri e chilometri di distanza”, aggiunge Ferro.
Come ci dice la sindacalista in Piemonte ci sono 200.000 persone immigrate che lavorano con contratti in chiaro, “e chissà quale sarebbe il numero se dovessimo conteggiare anche chi lavora in nero: sono lavoratori che contribuiscono a tenere aperte le fabbriche, a garantire i servizi della nostra città, quindi devono avere pieni diritti. Per questo vogliamo solo offrire uno spazio, uno spazio dedicato esclusivamente a loro”.




























