Le spese del personale precario delle università verranno scomputate dai vincoli di bilancio stabiliti dal decreto legislativo 49/2012 che fissa all’80% il limite massimo del rapporto tra le entrate e, appunto, le spese per il personale. Sembra un tecnicismo ma non lo è. In pratica, di fronte ai tagli sempre più consistenti che i nostri atenei subiscono e alle loro difficoltà nel chiudere i bilanci, si decide non di aumentare le risorse, ma di adottare un escamotage che, denuncia in una nota la Flc Cgil, finirà per incentivare l’uso dei contratti più precari per garantire il proseguimento delle attività: “Il solito trucco delle tre carte, per provare a metter un altro po’ polvere sotto il tappeto”.

Questo trucco è contenuto in un decreto ministeriale approvato il 29 gennaio dal Consiglio dei ministri contenente “disposizioni urgenti per l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in materia di politiche di coesione”, di cui sta circolando una bozza.

I precari, la cui spesa verrà scomputata dal vincolo scomputato per legge, sono i 6.800 Rtda (ricercatori a tempo determinato di tipo A, con contratto di 3 anni, con la possibilità di un unico rinnovo per ulteriori 2 anni), di cui 2.000 in scadenza nel 2026; 600 contratti di ricerca e i nuovissimi contratti post-doc, ancora da bandire.

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Tagli e precariato: le mani sull’università

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Come spiega Luca Scacchi, responsabile docenza universitaria Flc, “questa norma conferma di fatto gli indirizzi governativi sui tagli strutturali all’università”. Nel 2024, ricorda il dirigente sindacale, il Fondo di finanziamento ordinario è stato decurtato di oltre 500 milioni di euro rispetto alle previsioni (dai quasi 9,6 a poco più di 9 miliardi di euro) e, nonostante la ripresa 2025 (circa 340 milioni di euro) e 2026 (un’altra cinquantina di milioni), le risorse rimangono a tutt’oggi significativamente minori rispetto a quelle programmate negli anni scorsi (oltre 200 milioni di euro).

Tagli - come si legge in un dossier realizzato dalla Flc Cgil - che arrivano un Paese che investe nell'istruzione terziaria complessivamente appena lo 0,9% del Pil, una cifra lontanissima dalla media Ocse dell'1,48% e ancora più distante dall'1,98% del Regno Unito o dall'1,44% della Francia. Se si isola la sola spesa pubblica, il divario diventa imbarazzante: lo Stato italiano impegna circa lo 0,50% del Pil, contro una media dei paesi avanzati dello 0,93%.

Questa è un’emergenza, come abbiamo più volte sottolineato - riprende il sindacalista - a fronte dell’inflazione accumulata negli ultimi anni: oltre il 18% nel triennio di picco, ma ancora l’1,8% quest’anno, cioè circa 160 milioni di euro in rapporto all’attuale dimensione del Ffo ma anche all’aumento significativo delle spese di personale degli atenei”

Secondo le stime del sindacato della conoscenza della Cgil l’impatto dell’aumento delle spese del personale sui bilanci 2027 supererà i 700 milioni di euro e questo farà sì che, tra questo e il prossimo anno, oltre due terzi degli atenei pubblici nel Paese potrebbe registrare problemi a chiudere i conti e oltre un terzo degli atenei potrebbe essere a rischio di dissesto. Avvisaglie ce ne sono già state quest’anno: l’università di Torino ha chiuso con un buco di oltre 60 milioni di euro, con uno strascico tra i 50 e i 40 milioni di euro nei prossimi anni e del resto, riprende Scacchi, “già diversi atenei hanno provveduto al blocco delle prese di servizio o a riduzioni significative della propria offerta formativa e dei propri fondi generali alla ricerca”.

E torniamo al punto di partenza: rispetto a una situazione che rischia di diventare drammatica, cosa fa il governo? Adotta un piccolo trucco contabile che, se avrà un impatto abbastanza ridotto sui bilanci (circa l’1,5%), indica però una strada ben precisa: per cercare di mandare avanti l’attività agli atenei si dice di utilizzare più precari possibile. Precari sempre a scadenza: complessivamente in 40 mila rischiano di essere licenziati alla fine del Pnrr.