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Si sente un tonfo ovattato, da piumone borghese ben rifatto. Andrea Pucci scivola fuori da Sanremo e atterra nel grande santuario nazionale del piagnisteo. Il comico che per anni ha distribuito sganassoni ora solleva la manica e mostra il livido. Chiede rispetto. Il pubblico diventa folla cattiva. La critica un’aggressione.
Il vittimismo evolve e si emancipa, diventa genere comico autonomo. Più redditizio della battuta, più raffinato dell’insulto. Dopo una carriera costruita su mogli frigorifero, gay bersaglio mobile e meridionali da presepe, arriva la rivelazione mistica. Si può ridere, certo. Purché nella direzione giusta. Quando la risata cambia vento, parte la tragedia. Sofocle al Bagaglino.
La scena si impreziosisce con l’ingresso della premier, sacerdotessa della libertà a intermittenza. Post solenne, toni da allarme democratico, accusa rituale alla sinistra malvagia. Comanda, decide, parla ovunque, ma racconta di sentire il bavaglio. È l’arte nuova del vittimismo istituzionale, piangere dall’alto fingendo di stare sotto.
Pucci intanto viene imbalsamato a simbolo. Non per genio, per affidabilità. Comicità d’antan, resistente come un salotto anni Ottanta, perfetta per evocare un mondo dove l’offesa sembrava autenticità e il pubblico doveva solo ringraziare. Nessun talento incompreso, solo un repertorio stanco che grida al complotto perché l’orologio corre.
Il vero spettacolo resta questo. Chi ha sempre colpito ora singhiozza. Chi governa si dice perseguitato. La critica diventa censura, il dissenso lesa maestà. Pucci Pucci si ente odor di vittimucci. È l’aroma di un Paese che ama i duri solo quando frignano.






















