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Pedalare sotto il sole cocente e con una temperatura al suolo sui 40 gradi per consegnare una pizza o un sushi. Capita d’estate ai rider a Roma e in tutte le città infuocate d’Italia, dove nonostante la canicola i clienti non vogliono rinunciare al delivery e i lavoratori non possono rinunciare alla paga. Ma l’esposizione al caldo estremo è un rischio per la salute.
Sebbene le ordinanze regionali vietino il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole per una serie di categorie, tra cui edilizia, florovivaistica, agricoltura, logistica, consegna in bici e in moto, di solito dalle 12 alle 16, i ciclofattorini non si fermano. Per questo le associazioni A Sud e Nonna Roma chiedono uno stop reale nelle ore più calde, con tutele, congedi climatici e nuove forme di indennizzo.
Forme di indennizzo
“Durante le ondate di calore, e più in generale durante gli eventi climatici estremi, le piattaforme non dovrebbero permettere gli acquisti - spiega Sara Vegni di A Sud -. La filiera del food delivery dovrebbe fermarsi a monte e riconoscere i diritti di chi ogni giorno assicura il servizio. Colossi come Glovo e Deliveroo non possono pensare di utilizzare lo spazio pubblico come fosse un loro piazzale: se c’è un’ondata di calore devono fermarsi e prevedere misure compensative per i rider”.
“Come accade in Spagna e in altri Paesi europei – prosegue Vegni -, è il momento di iniziare a parlare di congedi climatici e di tutti quegli strumenti necessari per adeguare le condizioni di lavoro durante ondate di calore, alluvioni e altri fenomeni connessi alla crisi climatica”.
Fermo pagato
I congedi climatici possono prevedere fino a quattro giorni di fermo pagato, ipotizzano le associazioni, e se necessario un periodo di assenza maggiore dal luogo di lavoro. Sebbene i rider siano inclusi nei provvedimenti regionali, fermare le consegne resta di fatto impossibile: a decidere è l’algoritmo, con il suo sistema di smistamento degli ordini e un’organizzazione delle attività che ha già portato a inchieste della procura di Milano per caporalato digitale e ad accuse di utilizzo di false partite Iva.
Lavorare non è una scelta individuale
Anche Assodelivery, associazione datoriale che rappresenta le principali piattaforme di consegne a domicilio, ha esteso le linee guida d'emergenza per tutelare i rider durante le giornate di allerta, ma molti continuano. Come Omer, dal Pakistan: "Se ti fermi per il caldo guadagni meno, se lavoriamo solo 4-5 ore, come possiamo guadagnarci da vivere?" spiega. “Fa molto caldo ma stiamo lavorando – dice Adam, afghano - oggi e ieri c’era davvero tanto caldo”.
Esporsi al rischio viene presentato dai colossi come una scelta individuale, una posizione che possono sostenere perché considerano i fattorini lavoratori autonomi. Il che si traduce in un’assenza di qualsiasi forma di indennizzo.
“Non possiamo accettare che si parli di scelta personale - afferma Damiano Carbonari, Nidil Cgil Lazio -: i rider non scelgono di stare sotto il sole, sono costretti a farlo da un sistema basato su algoritmi e paghe da fame. Noi lottiamo e portiamo avanti vertenze soprattutto per ottenere che questi lavoratori siano riconosciuti come subordinati, perché ci sono tutte le condizioni per dire che non possono essere considerati autonomi. Non erano nemmeno stati informati da Glovo e Deliveroo dell’ordinanza regionale”.
Temperature estreme
Nei giorni scorsi Cgil e Greenpeace hanno realizzato un monitoraggio in alcuni luoghi di lavoro di Roma usando una termocamera a infrarossi in grado di rilevare la temperatura delle superfici. Le misurazioni hanno registrato valori particolarmente elevati nella zona della stazione Termini, luogo molto frequentato dai rider, con picchi superiori agli 80° centigradi superficiali, e in due cantieri, uno dei pressi di piazza Bologna e l’altro dell’università La Sapienza, dove nelle ore centrali della giornata le temperature superficiali oscillavano fra i 60° e i 100° C.
I più esposti
I lavoratori più esposti? Quelli dei settori dell’edilizia (603 mila), del trasporto merci su strada, magazzinaggio, servizi di consegna e rider (537 mila), della manutenzione del verde e dei servizi per edifici (292 mila). Il maggior numero si trova nella provincia o area metropolitana di Roma, Milano, Napoli, secondo le elaborazioni previsionali relative al periodo compreso tra il 25 e il 27 giugno.
“Nel complesso – si legge nel report di Greenpeace e Cgil -, il 18 per cento delle persone occupate nei territori analizzati (province e aree metropolitane dei capoluoghi di regione) potrebbe essere esposto a condizioni in grado di provocare effetti diretti sulla salute fisica e mentale, aumentando allo stesso tempo il rischio di incidenti e infortuni sul lavoro”.
A Roma 62 giorni tropicali
“La situazione dei rider conferma quanto sia urgente intervenire anche sul piano delle tutele economiche e contrattuali – sostiene Natale Di Cola, segretario Cgil Roma e Lazio -, perché senza misure di sostegno al reddito e senza il pieno riconoscimento dei diritti, l’ordinanza rischia di restare inefficace proprio per chi è più ricattabile”.
L’anno scorso Roma ha vissuto 84 notti tropicali e 62 giorni in cui la temperatura percepita è stata uguale o superiore a 32 gradi. Non tutti hanno potuto affrontare il caldo con gli stessi strumenti, perché la crisi climatica non colpisce tutte e tutti allo stesso modo.
Rifugi climatici
“Ora che si parla di rifugi climatici, luoghi dove trovare fresco e protezione dal caldo – scrivono A Sud e Nonna Roma -, bisogna affermare con chiarezza che la progettazione degli spazi non è mai neutrale, nemmeno quando si tratta di edifici pubblici pensati per adattare le città al clima che cambia. I rider che in questi giorni sono in strada sotto il sole dimostrano che un rifugio climatico senza giustizia sociale resterà solo un luogo ombreggiato, fresco ma inutilizzato da chi invece dovrebbe trovarvi un’occasione di riposo e di cura”.























